martedì 3 aprile 2018

3 aprile Santi Italici ed Italo greci




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MOSTRE / Bologna espone l’inedita croce viaria del 1143 ritrovata a Santa Maria Maggiore


Santo Sisto I  papa e patriarca di Roma (verso il 125)

Martirologio Romano: A Roma, san Sisto I, papa, che, al tempo dell’imperatore Adriano, resse la Chiesa di Roma, sesto dopo il beato Pietro.

Papa dal 115 al 125).
Prete romano, fu eletto con i voti di tutto il clero. Fu lui a disporre che i calici e gli arredi sacri dell'altare potessero essere toccati solo dai sacerdoti

Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/48250

Verso la fine del suo regno anche l'imperatore Traiano ritenne di dover mitigare la propria politica persecutoria nei confronti dei cristiani, anche perchè l' "infamia" di essere cristiano serviva più spesso a risolvere faide politiche e famigliari che non a dirimere questioni religiose.
Questo clima di pseudo tolleranza, che non cambiò comunque i metodi e le persecuzioni, proseguì anche sotto l'imperatore Adriano il quale scrisse al proconsole d'Asia: "Se uno fa le sue accuse e dimostra che i cristiani operano contro le leggi, allora la colpa deve essere punita secondo la sua gravità. Ma se qualcuno si avvale di questo pretesto per calunniare allora  quest'ultimo che deve essere punito".

In questa realtà nacque Sisto I, figlio di pastori romani, si presume sia assurto al soglio intorno al 115.

A Sisto primo si deve l'introduzione di molte norme di culto, tra le quali il divieto ai laici di toccare il sacro calice e la patena lasciando agli uomini di culto questi atti.

A Sisto I venne fatta risalire anche l'introduzione del triplice cantico "Sanctus" durante la celebrazione della messa ma questo è dubbio, come è dubbia l' attribuzione, a Sisto, l'introduzione dell'acqua nella celebrazione del rito eucaristico e dell'acqua santa per le abluzioni ( n.d.a: queste ultime attribuite al suo predecessore, Alessandro I).
La tradizione lo considera sepolto accanto al corpo di Pietro, come per altro tutti i predecessori ; l'unica cattedrale dove ancora viene celebrato come santo è quella di Alatri (nda: cittadina in provincia di Frosinone). E' protettore anche di Alife (CE) che lo festeggia l'11 agosto.






La festa di San Sisto ad Alife

https://blog.guideslow.it/la-festa-san-sisto-ad-alife/
Intorno all’anno 1130, Rainulfo, il conte normanno che in quel tempo risiedeva ad Alife, si trovava a Roma in compagnia dell’antipapa Anacleto II, mentre tutta la contea di Alife era flagellata da un’epidemia di peste.
Il conte, allarmato e preoccupato, chiese ad Anacleto II di portare fino ad Alife una reliquia di un grande Santo affinchè con un miracolo ponesse fine alla tragedia.
Nonostante l’amicizia reciproca tra RainulfoAnacleto II, quest’ultimo  non era d’accordo nel mandare in giro le reliquie dei Santi custodite nel Vaticano, visto l’impegno e gli sforzi che la Chiesa stava compiendo nel recuperarle dagli angoli più remoti di quello che un tempo era l’Impero Romano.
Una notte in cui il conte era ancora ospite dell’antipapa, una trave di legno che sosteneva una parte dell’antica Basilica di San Pietro, cadde su un altare scoperchiando la reliquia di San Sisto I.
Quest’avvenimento fu interpretato da tutti i fedeli come segno che quel santo, San Sisto I, aveva intenzione di rispondere alle richieste dal conte Rainulfo.
Dopo queste vicende, pressato anche dalla coscienza ecclesiastica e dai fedeli, Anacleto II accettò di prestare la reliquia di San Sisto I al conte Rainulfo che la spedì verso Alife su una mula, delle guardie e degli emissari.

Le due versioni

Da qui, la storia si divide in due diverse versioni che raccontano il cammino della reliquia del Santo fino ad Alife.
La prima versione racconta che la mula che trasportava la reliquia, percorrendo la strada che portava ad Alife giunse ad un bivio che conduceva ad Alatri.
La mula iniziò a percorrere la strada che saliva verso Alatri e nonostante le percosse per ricondurla sulla strada predestinata, non volle cambiare rotta, raggiungendo testardamente la chiesa principale del paese di Alatri.
Qui la mula si inginocchiò e la popolazione di Alatri decise di tenere per sè il Santo, donando agli alifani un solo dito della reliquia.
La seconda versione invece, racconta che la mula viaggiò senza deviazioni fino ad Alife, dove raggiunse la chiesa extra moenia (fuori le mura), e qui si inginocchiò lasciando la propria orma in un sasso (ancora oggi custodito nel luogo dove si inginocchiò). La Peste cessò e la reliquia venne custodita all’interno della chiesa.
Oggi recenti studi hanno accertato che le cittadine di Alatri e Alife conservano ognuna la metà delle spoglie del Santo: da qui è nato il gemellaggio tra le due.
PS  sull’Antipapa Anacleto II  consultare
http://www.sapere.it/enciclopedia/Anacl%C3%A8to+II.html













Santo Attalo igumeno a Taormina
Secondo il chronicon benedettino del 1483 Attalo fu abate nel secolo IX del monastero posto presso Taormina, e morì il 3 Aprile.
Così il chronicon: “Sanctus Attalus, Abbas monasterij positi apud Tauromenium Siciliae, cuius natale solemnizatur III Nonas Aprilis“.
































Santo Giuseppe l’Innografo  di nazionalità siciliana  monaco a Tessalonica e confessore delle sante icone sotto Teofilo (verso 886)

Dal quotidiano Avvenire

Nacque in Sicilia nell'816 e al tempo dell'invasione araba dell'827, con la sua famiglia si rifugiò nella Grecia Meridionale. Nell'831 si recò a Tessalonica nella Macedonia, entrando nel monastero di Latomia. Consacrato sacerdote, ebbe come maestro spirituale San Gregorio il Decapolita, che verso l'840 lo condusse a Costantinopoli. L'anno successivo Giuseppe fu inviato a Roma dal papa Gregorio IV, per chiedere il suo aiuto nella lotta contro l'eresia iconoclasta. La nave su cui era imbarcato, cadde però nelle mani di pirati arabi che lo condussero a Creta; riscattato e liberato nell'843 tornò a Costantinopoli dove trovò il suo maestro morto. Coinvolto nella vicenda della deposizione del patriarca Ignazio, nell'858, fu esiliato a Cherson in Crimea, dove rimase probabilmente fino al reintegro di Ignazio nell'867. L'imperatore Basilio I il Macedone (812-886) gli affidò la custodia di Santa Sofia a Costantinopoli. Morì nel 886. Sono celebri i suoi inni sacri da cui è derivato il nome «Innografo».










Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/91514
La ‘Vita’ di s. Giuseppe l’Innografo fu scritta dal suo discepolo e successore Teofano; nacque in Sicilia nell’816 e al tempo dell’invasione araba dell’827, con la sua famiglia si rifugiò nel Peloponneso (Grecia Meridionale).
A quindici anni nell’831 si recò a Tessalonica (odierna Salonicco) nella Macedonia, prendendo l’abito religioso nel monastero di Latomia. Consacrato sacerdote, ebbe come maestro spirituale San Gregorio il Decapolita, che verso l’840 lo condusse con sé a Costantinopoli, dove insieme ad altri discepoli vissero nella chiesa di S. Antipa.
L’anno successivo Giuseppe fu inviato a Roma dal papa Gregorio IV, per chiedere il suo aiuto nella lotta ingaggiata dal suo maestro e i discepoli, contro l’eresia iconoclasta, iniziata dall’imperatore Leone III l’Isaurico nel 726.
La nave su cui era imbarcato, cadde però nelle mani dei pirati arabi che lo condussero a Creta; venne riscattato e liberato da persone caritatevoli e nell’843 tornò a Costantinopoli dove trovò il suo maestro Gregorio il Decapolita morto o moribondo.
Restò come eremita nella stessa chiesa di S. Antipa, poi per cinque anni fu nella chiesa di S. Giovanni Crisostomo, dove nell’850 fondò un monastero, diventando egumeno (abate), deponendovi anche le reliquie di Gregorio, del suo discepolo Giovanni e quelle di s. Bartolomeo, ottenute a Tessalonica.
Venne coinvolto nella vicenda della deposizione del patriarca Ignazio, avvenuta il 23 novembre 858 e perché amico e sostenitore del patriarca, fu esiliato dal potente cesare Bardas a Cherson in Crimea, dove rimase probabilmente fino al reintegro di Ignazio nell’867.
L’imperatore Basilio I il Macedone (812-886) gli affidò la custodia di S. Sofia a Costantinopoli, in questa funzione ricevé gli inviati del papa Adriano II al Concilio di Costantinopoli, il 25 settembre 869.
Dopo una interruzione, ricoprì la carica di nuovo fino all’886, anno in cui morì il 3 aprile, giorno della sua attuale celebrazione liturgica. Sono celebri i suoi inni sacri, accolti nella liturgia greca, da cui è derivato il nome ‘Innografo’.
Tratto da
http://www.ortodoxia.it/San_Giuseppe_Innografo.html

La vita di San Giuseppe l’Innografo è stata scritta dal suo discepolo e successore Teofano. Giuseppe nacque a Siracusa l’816 e lì visse sino a che i continui attacchi dei saraceni imposero un’inevitabile fuga dalla Sicilia, che avvenne nel 827 ed egli, insieme alla famiglia, si rifugiò nel Peleponneso (Grecia meridionale). A 15 anni venne ordinato monaco nel monastero di Latomia presso Tessalonica. Successivamente, venne ordinato sacerdote giovanissimo. Dotato di una bella voce e di una capacità straordinaria nella composizione di inni, spesso lodava mediante il canto Dio e i suoi Misteri, la Theotokos e tutti i Santi. Ebbe come padre spirituale, San Gregorio il Decapolita, insigne difensore delle Icone e confessore della fede, che nell’840 unitamente ad altri confratelli si recarono a Costantinopoli ove vissero nella chiesa di Sant’Antipa. Quindi, nell’anno successivo venne mandato a Roma a chiedere sostegno al Papa nella lotta iconoclasta, ma durante il viaggio, la nave che avrebbe dovuto portarlo in Italia, venne intercettata dai saraceni e, pertanto, Giuseppe venne sequestrato e portato a Creta, durante la prigionia trascorse il tempo lodando Dio e grazie al pagamento del riscatto venne liberato. Quindi fece ritorno a Costantinopoli nell’843 ove trovò il suo padre spirituale che già aveva reso la sua anima a Dio, l’imperatore Teofilo morto e l’ortodossia in trionfo. Nell’850 con il discepolo San Giovanni fondarono un monastero ove custodire il corpo del padre spirituale, e successivamente del medesimo Giovanni oltre alle reliquie di San Bartolomeo precedentemente ottenute a Tessalonica ed ove Giuseppe compose innumerevoli e splendidi componimenti poetici, inni liturgici, che lo resero importante nella Chiesa bizantina. Fu coinvolto nella deposizione del Patriarca di Costantinopoli Sant’Ignazio, verso cui fu amico e fedele sostenitore e per tali motivi fu esiliato a Cherson (Crimea) dal potente cesare Bardas. Fu richiamato nel 867 dall’imperatore Basilio I Macedone, che altresì richiamò nella sede apostolica costantinopolitana Ignazio e deponendo a sua volta San Fozio. Ritornato nella capitale dell’impero venne nominato “schevofilace” (custode del tesoro dei vasi sacri) di Santa Sofia ed in tale veste accolse la delegazione papale inviata da Adriano II all’VIII Concilio (869-870), il 25 settembre 869. Alla dormizione di Sant’Ignazio, il santo siracusano si riconciliò con San Fozio, che prima della sua dormizione si riappacificò con il Papa di Roma, e mantenne la prestigiosa carica di schevofilace sino alla sua dormizione, avvenuta all’età di 70 anni circa, il 3 aprile 886. Il santo monaco siciliano, pur essendo stato coinvolto nella lotta iconoclasta, fu molto importante non tanto per la difesa delle Sacre Icone, quanto per la notevole mole e qualità di inni liturgici, che gli valsero unanimemente, tra i molteplici validi poeti della Chiesa costantinopolitana, il titolo di Innografo per antonomasia.


Tratto da
http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-l-innografo_%28Enciclopedia-Italiana%29/
Nato in Sicilia circa l'anno 816, si sottrasse alle incursioni dei Saraceni riparando nel Peloponneso con la famiglia, che presto abbandonò per entrare in un monastero di Salonicco. Condotto a Costantinopoli da San Gregorio Decapolita, durante la persecuzione iconoclastica di Teofilo, fu incaricato di una missione a Roma presso la S. Sede. Ma catturato in viaggio da pirati arabi, fu tradotto schiavo a Creta. Riscattato da pie persone, rientrò a Bisanzio (11 marzo 843). Verso l'850 costruì per i suoi seguaci un monastero e una chiesa dedicata a S. Bartolomeo e a S. Gregorio Decapolita, ove depose le reliquie dell'apostolo e del suo maestro. Coinvolto nella disgrazia di S. Ignazio Patriarca, fu esiliato nel Chersoneso, donde, richiamato, fu nominato custode dei vasi sacri di S. Sofia. Morto Ignazio, riconobbe il successore Fozio, col quale visse poi in buoni rapporti.
Morì il 3 aprile 886.
Si meritò il nome di Innografo per il numero stragrande di canoni liturgici da lui composti, specialmente in onore di santi. Egli ordinò la Paracletica (Παρακλητική), che oltre all'Ottoeco di S. Giovanni Damasceno contiene anche gli uffici di tutti i giorni, i cui canoni sono dovuti appunto a G., e non a S. Giuseppe di Tessalonica (morto il 15 aprile 832), fratello di S. Teodoro Studita.
Ediz.: I Canoni oltre che nei libri liturgici, in Migne, Patrol. Graeca, CV, coll. 983-1426; Christ-Paranikas, Anthol. graecacarminum christianor., Lipsia 1871, XLVII, p. 242 segg. La Vita scritta da Giovanni diacono in Migne, Patrol. Graeca, loc. cit. La Vita scritta da Teofane monaco, in A. Papadopulos-Kerameus, Monumenta ad historiam Photii pertinentia, II (Pietroburgo 1901). L'Encomio di Teodoro Pediasimo in M. Treu, Theodori Pediasimi quae exstant, Potsdam 1899.
Bibl.: M. Théarvic, in Échos d'Orient, VII (1904); P. Van de Vorst, in Analecta Bollandiana, XXXVIII (1920).




Tratto da
Vicariato Ortodosso delle Puglie

l 3 aprile si festeggia il Santo italo-greco: San Giuseppe l'Innografo di Siracusa
San Giuseppe l’Innografo nacque a Siracusa nell’816 da dove fuggì insieme alla sua famiglia a causa degli orrori perpetrati dai musulmani ai danni della popolazione cristiana, le cui avvisaglie si ebbero sin dal 740, per rifugiarsi nel Peloponneso. A soli 15 anni, si allontanò dalla famiglia per recarsi al Monastero di Latoma ove fu ordinato monaco. Nel Santo siracusano emersero immediatamente la sua bella voce, nonché la sua vena poetica con cui dava lode a Dio ed ai suoi Misteri, alla Madre di Dio ed ai Santi. Di estrema importanza è la conoscenza che San Giuseppe l’Innografo fece di San Gregorio il Decapolita, quest’ultimo protettore delle icone e difensore della fede, di cui divenne discepolo. I due santi si recarono a Costantinopoli nel l’840 durante la guerra iconoclastica condotta allora dall’imperatore Teofilo. All’incontro con gli altri Santi iconoduli, San Giuseppe l’Innografo fu scelto per recarsi a Roma per richiedere l’appoggio, alla suddetta Sede Apolistica, per la difesa delle icone, ma durante il viaggio fu rapito dai saraceni e portato a Creta. Il tempo della reclusione in prigione lo trascorse nel canto delle lodi a Dio. Appena liberato,nell’843, San Giuseppe l’Innografo tornò a Costantinopoli ove trovò il maestro morente ed il trionfo dell’ortodossia. Nell’850 fondò un monastero insieme al condiscepolo San Giovanni per deporre le reliquie del maestro e lì realizzò i numerosi inni liturgici che lo resero venerabile dalla Santa Chiesa. Successivamente venne esiliato a Chersone, Crimea, dal potente cesare Bardas a causa della sua fedeltà all’imperatore Sant’Ignazio per poi essere richiamato nel 867 dall’imperatore Macedone I (867- 886), che depose l’imperatore San Fozio e rientegrò Sant’Ignazio. Fu nominato “schevofilace” (custode del tesoro dei vasi sacrI) presso Santa Sofia indi accolse ufficialmente la delegazione del Papa Adriano II all’VIII Concilio (869-870). Alla morte di Sant’Ignazio, San Giuseppe l’Innografo si riconciliò con San Fozio, che si spense in pace con Roma, e mantenne l’importante carica sino alla morte, che lo colse all’età di 63 anni, il 3 aprile 886. La notevole quantità unita alla profondità teologica degli inni liturgici consentirono San Giuseppe ad essere insignito del titolo di Innografo per antonomasia rispetto agli altri numerosi Santi poeti che popolano la Santa Chiesa Ortodossa.

Consultare anche  l’articolo

I Santi innografi


http://wwwbisanzioit.blogspot.it/2013/07/i-santi-innografi.html

lunedì 2 aprile 2018

2 Aprile Santi Italici ed italo greci



 Immagine correlata

 Adorazione,Dei Magi  Anonimo lombardo sec. XIV, Como, Sant’Abbondio, Storie della vita di Cristo, affreschi dell’abside

Santo Abbondio  probabilmente greco di Tessalonica e vescovo di Como(verso il 489)



Dal quotidiano Avvenire



Di Abbondio si sa che fu vescovo lariano dal 440, mentre non si conoscono con certezza data di nascita e morte. Come ignoto è il luogo di origine. Conosceva bene il greco e, perciò, prima di dedicarsi a tempo pieno al servizio episcopale (e all’attività missionaria nelle zone montuose vicino Lugano ancora scristianizzate), fu mandato dal Papa Leone I Magno a Costantinopoli per dirimere, con successo, la questione dottrinale sulle due nature di Cristo suscitata da Nestorio ed Eutiche. I resti del patrono sono nella basilica di Como.





Martirologio Romano: A Como, sant’Abbondio, vescovo, che fu inviato a Costantinopoli dal papa san Leone Magno e vi difese con zelo la retta fede.



Tratto da

http://www.santiebeati.it/dettaglio/34400

Una tradizione lo dice greco, di Tessalonica (attuale Salonicco), ma il nome così schiettamente latino ne fa dubitare. Risulta invece che Abbondio conosce bene la lingua greca, caso ormai raro nella Chiesa d’Occidente all’epoca sua.
Ignoti il tempo e il luogo della nascita, la prima data certa della sua biografia è il 17 novembre del 440: in quel giorno Abbondio, già collaboratore del vescovo Amanzio in Como, riceve la consacrazione episcopale come suo successore. Ma non può dedicarsi subito alla diocesi: il papa Leone I Magno (quello dell’incontro con Attila) ha bisogno di lui per un compito tutt’altro che tranquillo: deve andare a Costantinopoli come legato pontificio presso l’imperatore Teodosio II. E lì Abbondio dovrà ristabilire in modo duraturo l’unità nella fede, dopo il lungo conflitto dottrinale suscitato dal vescovo Nestorio e dall’archimandrita Eutiche. Questi sono due figure eminenti del cristianesimo orientale, entrambi però in contrasto con la dottrina della Chiesa di Roma e dei concili sul tema delle due nature – umana e divina – nella persona di Cristo; e per buon peso sono in contrasto pure fra di loro, con le inevitabili divisioni anche fra i cristiani, i conflitti per la nomina dei vescovi, con accompagnamento anche di violenze fisiche: com’è accaduto al patriarca Flaviano di Costantinopoli, seguace dell’ortodossia, aggredito brutalmente e deposto, tanto da morirne poco dopo.
Morto anche l’imperatore Teodosio II nel 450, Abbondio a Costantinopoli trova il suo successore Marciano: e a lui, come ai vescovi, al clero, ai monaci e ai fedeli, Abbondio ribadisce con franchezza la dottrina cattolica sulle due nature in Cristo, come l’ha esposta Leone I in una lettera diretta ancora a Flaviano. E porta a termine la missione facendo accettare il documento pontificio da tutti i vescovi d’Oriente, con in testa quello di Costantinopoli, già nemico di Flaviano.
Un successo pacifico e pieno per Abbondio, accolto festosamente a Roma da papa Leone nel 451. Dopo una missione analoga nel Nord dell’Italia, egli può infine essere vescovo di Como a tempo pieno. E questo significa farsi missionario, annunciando il Vangelo nelle regioni montane, nella zona di Lugano e in altre terre non ancora cristianizzate. Il diplomatico e teologo diventa predicatore. E muore in un giorno di Pasqua, dice un testo dell’epoca, appunto dopo aver predicato. Ma non si conosce con certezza l’anno della morte, indicato da alcuni nel 469, da altri nel 488 o nel 499.
Il Martyrologium Romanum lo ricorda il 2 aprile, mentre la diocesi di Como lo festeggia il 31 agosto.



Consultare anche

SANT’ABBONDIO: IL BELLO EDUCA

Edizioni Il Cavedio/Collana Raccontare l’Arte n. 6 Testo redatto a cura di Giovanna Lo Cicero Traduzioni a cura di Alice Barozzini e Camilla Malfanti Via Vetera, 6 - 21100 Varese Tel. 0332-287281

e-mail: ilcavedio@ilcavedio.it - www.ilcavedio.it Stampa Comunicarte srl - via Ezio Tarantelli, 16 Mozzate Finito di stampare nel dicembre 2013



Santo Vittore Vescovo di Capua(verso il 554 )



Tratto da

http://it.cathopedia.org/wiki/San_Vittore_di_Capua
Della sua vita nulla si conosce tranne quanto riportato nel suo epitaffio (C.I.L., 4503), tuttora conservatosi, mentre la sua tomba è scomparsa. Dalla lapide apprendiamo che il suo episcopato finì nell'aprile del 554  L'autenticità della lapida e le date sono fuori di dubbio.
I suoi scritti originali giunti a noi in frammenti, ci mostrano un devoto studente e un uomo di vasta e varia cultura. La sua opera più famosa è il Codex Fuldensis, uno dei più antichi manoscritti rimasti della Vulgata  redatto sotto la sua direzione e da lui stesso riveduto e corretto. La particolarità del codice è che presenta, al posto dei quattro Vangeli, una armonizzazione degli stessi, come egli indica nella prefazione, un Vangelo unico ricavato dai quattro canonici.
Vittore non era certo se l'armonizzazione usata era identica al Diatesseron di Taziano il Siro . Attualmente si ritiene che questa armonizzazione sia una elaborazione di autore anonimo eseguita attorno al 500. Il lavoro utilizza il latino della Vulgata di San Girolamo  con il testo greco del Diatesseron con il cambiamento di ordine in alcuni passaggi e con brani aggiuntivi.
Altre opere di Vittore sono:

  • De cyclo Paschali in frammenti (PL 68,1097-1098; Jean Baptiste François Pitra, "Solesm Spic..", I, 296)
  • commentari sul Vecchio e Nuovo Testamento
  • Libelius reticulus seu de arca di Noe (Pitrone, "Spic. Solesm.", I, 287), contenente un ingegnoso calcolo per dimostrare che le misure dell'Arca di Noè non sono altro che una allegoria degli anni della vita di Cristo.
  • Capitula de resurrectione Domini sulla genealogia di Gesù  e sull'ora della sua morte



Tratto da



Vescovo (dal 541 al 554), autore di un De cyclo paschali (perduto; conosciamo un frammento da Beda) contro Vittorio Aquitano, di un Reticulus seu de arca Noe e dei Capitula de resurrectione Domini, pure perduti. Il suo nome è soprattutto legato alla Prefatio al Codex Fuldensis, del Nuovo Testamento, che è una narrazione unitaria dei fatti evangelici

Santi di Francia al 3 Aprile



Notre Dame: le reliquie perdute, gli incendi di Parigi e la ...
Saint URBICE, évêque de Clermont en Auvergne (312).

Saint IDUNET, IDUNED ou IRUNED (en français RICHARD), moine de Landévennec et fondateur de paroisses en Bretagne (VIème siècle).

Sainte BURGONDOFARE ou FARE, soeur de saint Faron de Meaux, fondatrice du monastère d'Eboriac, par la suite Faremoutiers (657).

3 aprile Santi Martiri dal XVI al XXI secolo





Saint PAUL le Russe, martyr par la main des Musulmans à Constantinople (1683).
http://www.johnsanidopoulos.com/2017/04/holy-new-martyr-paul-russian-and.html
 

domenica 1 aprile 2018

1 Aprile Santi Italici ed Italo greci



 Risultati immagini per foto di affreschi e icone di Roma bizantina
 Papa Silvestro I presenta all'imperatore Costantino le icone dei santi Pietro e Paolo (Basilica dei quattro coronati, Roma)

Santa Teodora di Roma  sorella del Santo Martire Ermete e Martire ella stessa

Tratto da
http://www.enrosadira.it/santi/t/teodora.htm
Teodora, santa, martire di Roma , viene indicata dal Piazza come sepolta nella confessione della chiesa dei Ss. Bonifacio ed Alessio all’Aventino; nel XIX secolo questa indicazione non è più riportata da nessun autore. Teodora, presunta martire di Roma, risulta sconosciuta alle antiche fonti agiografiche ed è ricordata nella leggendaria Passio dei Santi Alessandro, Evenzio e Teodulo.


Martiroogio.Romano .: - 1 aprile - A Roma la passione di santa Teodora, sorella dell'illustrissimo Martire Ermete, la quale, sotto l'Imperatore Adriano, martirizzata dal Giudice Aureliano, fu sepolta accanto a suo fratello sulla via Salaria, non lontano dalla città.


Con Alessandro il papa del tempo di Traiano  Ermete  contemporaneo prefetto di Roma,  fu convertito dal papa insieme con la moglie, i figli, la sorella Teodora e milleduecentocinquanta schiavi. Traiano, avutane notizia, invia  a Roma Aureliano, il quale avrebbe fatto arrestare Ermete, consegnandolo al tribuno Quirino, che lo fece decapitare. Il corpo del martire sarebbe stato raccolto dalla sorella Teodora e deposto «in Salaria veteri, non longe ab urbe Roma sub die quinto kalendas septembris». La passio non indica il nome del cimitero, ma il riferimento topografico è esatto. La Depositio Martyrum, alla stessa data, segnala: «Hermetis in Basille, Salaria vetere»; così pure il Martirologio Geronimiano;.




Santo Prudenzio Vescovo di Atina e Martire

Tratto da


San Prudenzio si presume sia stato, il decimo vescovo di Atina. Nell’ipotetica, cronotassi dei vescovi succede a Vigilanzio  e precede Massimo. In alcuni testi è stato ipotizzato il suo episcopato, tra il 288 e il 313, anno della sua morte.
La tradizione vuole che il primo vescovo di Atina sia un San Marco di Galilea, consacrato vescovo proprio da San Pietro, dopo averlo incontrato nel suo viaggio verso Roma. L’erudito ottocentesco Giuseppe Cappelletti scrive che “visse Marco su questa sede intorno a cinquant'anni, predicando il vangelo e guadagnando alla fede cristiana più migliaia d'idolatri: terminò poi martirizzato il dì 28 aprile dell'anno 95 sotto il consolato di Massimo”.
L’esistenza della diocesi, situata in provincia di Frosinone nella regione del Lazio, era attestata da una serie di manoscritti di carattere agiografico e storico. Questi documenti sono “La Passione di Marco” scritta nell’XI° secolo e attribuita a Atenolfo vescovo di Capua, la “Passione di santi martiri atinati Nicandro e Marciano”, il “Chronicon civitatis Atinae” , il “Catalogus episcoporum Atinensium” e il “Libellus de excidio civitatis Atinae”.
Sulla veridicità di questi testi ci sono molti dubbi, tanto che Herbert Bloch riuscì a dimostrare come fossero tutti dei falsi.
Comunque, il cosiddetto catalogo dei vescovi di Atina riporta una serie di 23 presuli, successori di San Marco.
La diocesi di Atina, secondo alcuni manoscritti medievali, sarebbe stata soppressa da Papa Eugenio III e il suo territorio annesso alla diocesi di Sora.
Nel testo di due anonimi atinati “Breve crhronicon atinensis ecclesiae” è riportato che il Papa Gaio, nel suo secondo anno di pontificato, ordinò San Prudenzio vescovo di Atina. Questo presule governò la diocesi per venticinque anni.
In quel testo si parla anche del suo martirio. Un giorno, il vescovo aveva tentato di rovesciare la statua di Giunione, che era in bella vista nel tempio vicino alle Terme Antoniane. E proprio per quel gesto fu ucciso dai pagani.
Il suo corpo interrato presso il tempio, dopo tre giorni, il primo di aprile fu trafugato dai cristiani e sepolto nella chiesa di San Pietro.
Se molti sono i dubbi sull’esistenza della diocesi prima del XI secolo, altrettanto lo sono quelli sull’esistenza di San Prudenzio, martire nel IV Secolo.
San Prudenzio era venerato ad Atina, che se si presume che il suo culto non sia anteriore al 1563.
La sua festa si celebrava nel giorno 1 aprile.








Santo Giovanni IV detto lo Scriba Vescovo di Napoli

Tratto da

Quarto vescovo di Napoli di questo nome, nacque da famiglia di umili origini presumibilmente verso la fine dell'VIII secolo. Studioso delle Sacre Scritture e dei testi dei Padri della Chiesa, di testi profani, conoscitore del latino e del greco, le fonti ne ricordano anche l'attività di amanuense che gli valse l'appellativo di scriba. Avviato alla carriera ecclesiastica, divenne diacono della cattedrale di Napoli.
Nel periodo che precedette la sua nomina vescovile, la vita politica del Ducato di Napoli era scossa da violenti scontri per il potere. Nell'831 il console e duca di Napoli Bono era entrato in conflitto con il vescovo Tiberio, lo aveva dichiarato decaduto e lo aveva posto agli arresti nello stesso episcopio (non, come riferisce Giovanni Diacono nei Gesta episcoporum Neapolitanorum, in carcere). L'ostilità del duca dovette essere rivolta al solo vescovo e non a tutto il clero, come si evince dal fatto che il suo intervento contro Tiberio non incontrò l'ostilità del clero napoletano. Esautorato il vescovo, all'interno delle candidature dei chierici che vennero proposti per sostituire Tiberio la scelta cadde su G., persona bene accetta allo stesso duca.
Chiamato alla guida della Chiesa napoletana, G., come informano i Gesta, fu costretto ad accettare l'incarico offertogli, lasciando però l'effettiva guida della diocesi a Tiberio, presso il quale egli ottenne libero accesso. La narrazione dei fatti offerta dai Gesta riprende in realtà uno schema della letteratura agiografica che vede opposti il sant'uomo e il malvagio uomo di potere: G. avrebbe infatti rifiutato l'incarico se non vi fosse stato costretto dalle minacce di Bono di rappresaglie contro il clero napoletano e contro il presule stesso, e dalla minaccia di confisca dei beni della Chiesa napoletana: "totius episcopii servos possesionesque infiscari". Le giustificazioni offerte dai Gesta lasciano intendere come l'elezione di G. non fosse legittima; la lettura degli avvenimenti - con l'omissione delle vittorie di Bono sui Longobardi contrapposta alla descrizione dell'ascesa al potere del duca e del successivo arresto del vescovo (sempre tacendo sui fatti che avevano portato al contrasto seguito alle ingerenze di Tiberio all'interno della vita politica del Ducato) - offre deliberatamente una visione di parte delle vicende che portarono G. sul soglio vescovile.
Così Bono, una volta assicurata la non ingerenza politica di G. nelle vicende del Ducato, poté proseguire la lotta intrapresa contro i Longobardi, certo di non dover affrontare un secondo scontro con il vescovo. Dopo la morte di Bono (9 genn. 834) gli successe il figlio Leone, che fu deposto dal suocero Andrea nel settembre dello stesso anno. Sotto il nuovo duca, G. mantenne lo stesso atteggiamento nei confronti del vescovo imprigionato, come testimonia il trasferimento, voluto dal duca Andrea, di Tiberio dall'episcopio (sede del domicilio coatto del vescovo) a uno degli edifici della basilica di S. Gennaro extra moenia; episodio questo estremamente illuminante della voluta estraneità di G. dalle vicende legate al presule imprigionato, considerato anche il fatto che la nuova sede cui venne destinato il vescovo Tiberio era esposta alle scorrerie dei Longobardi. La mancata presa di posizione da parte di G. nei confronti di Tiberio tradisce da una parte la condanna della linea politica assunta dal vescovo Tiberio, e dall'altra evidenzia la sostanziale condiscendenza di G. nei confronti delle scelte dei duchi. "Sotto questo aspetto, estremamente significativo è […] il fatto che Giovanni Diacono abbia sentito il bisogno di concludere la tormentata biografia di Tiberio con l'episodio del discorso da lui pronunciato "residens in pontificali cathedra", per attestare pubblicamente la stima e l'ammirazione che egli sentiva per Giovanni lo scriba, e per l'opera da lui svolta" (Bertolini, 1970, p. 427 n. 262).
Nel frattempo i Napoletani, approfittando della crisi che si era aperta a Benevento per la successione nel Principato, avevano cessato di pagare il tributo ai Longobardi; le ostilità con questi ultimi, peraltro mai sopite, avevano trovato rinnovato vigore con la successione di Sicardo al padre Sicone. Ma nell'836 il duca Andrea, allorché Napoli, cinta d'assedio da Sicardo, era sul punto di capitolare, riuscì, grazie a una nuova alleanza con gli Arabi di Sicilia, a indurre Sicardo a porre fine all'assedio e a stringere una tregua quinquennale. L'armistizio fu il risultato dell'intercessione tra i due contendenti attuata dal clero napoletano, alla cui funzione mediatrice probabilmente partecipò anche G., che compare tra i contraenti del patto stipulato il 4 luglio 836, quando il principe longobardo Sicardo promise al vescovo G. ("electo sancte ecclesie neapolitane", Capasso, II, p. 149) e al duca Andrea, nonché a tutto il popolo del Ducato napoletano e ad altri soggetti ancora, la pace per terra e per mare.
Morto il vescovo Tiberio, tra il 28 e il 31 marzo 839, seguì un lungo periodo di vacanza del seggio vescovile napoletano. L'incarico assunto da G. alla guida della Chiesa partenopea mentre era ancora vivo il vescovo titolare non era regolare dal punto di vista del diritto canonico e di conseguenza l'ordinazione di G. dovette essere sottoposta a procedimento di verifica; a creare ulteriori perplessità concorsero anche i buoni rapporti che lo stesso G. aveva intrattenuto con Bono prima e con i successori di questo poi (Leone, Andrea, Contardo e Sergio I). Così, quando Sergio I inviò una legazione a Roma per richiedere la consacrazione di G., ricevette in risposta da Gregorio IV una commissione con l'incarico di accertare che l'elezione di G. si fosse svolta in conformità alle norme canoniche e senza l'opposizione del clero. L'inchiesta durò ben due anni e mezzo e solo il 26 febbr. 842 G. venne consacrato vescovo di Napoli.
Nei primi mesi seguiti alla consacrazione di G., Sergio I gli affidò il proprio figlio Atanasio affinché approfondisse gli studi delle Sacre Scritture e degli usi liturgici, nonché l'insegnamento del greco (secondo le prescrizioni del concilio di Nicea del 787 che prevedevano, per l'elezione a vescovo, la conoscenza di tali materie). Si attuava così, consenziente G., il disegno di Sergio I che avrebbe visto Atanasio vescovo e che avrebbe confermato la sottomissione della Chiesa di Napoli al potere ducale (con un processo già ben attestato sotto Giovanni).
G. morì il 17 dic. 849, come riferiscono i Gesta episcoporum Neapolitanorum; venne sepolto nell'oratorio di S. Lorenzo all'interno della catacomba di S. Gennaro, e poi traslato prima nella Stefania e quindi nella basilica di S. Restituta, dove le reliquie furono poste nella cappella di S. Maria del Principio. Nel Martirologioromano la festa di G. viene posta al 22 giugno, in concomitanza con quella di s. Paolino, per assimilazione della notizia relativa a Giovanni (I), vescovo di Napoli, con la vita di G. narrata da Giovanni Cimeliarca (cfr. Bibl. hagiografica Latina, I, n. 4417).
Negli anni immediatamente precedenti la consacrazione, G. aveva fatto traslare le reliquie dei vescovi suoi predecessori Aspreno, Epitimito, Marone, Efebo, Fortunato I, Massimo e Giovanni (I) dal cimitero di S. Gennaro all'interno della basilica della Stefania, dove furono collocate in tombe ad arcosolio fatte affrescare da G. con i ritratti dei vescovi. La traslazione è messa in sincronia dall'autore della biografia di G. con "gli ultimi tempi dell'imperatore Teofilo (ottobre 829 - gennaio 842 […]), con l'avvento e i primi anni di governo di Michele III (21 genn. 842 - 23 sett. 867 […]), e con lo sbarco degli Arabi a Ponza, che avvenne prima dell'agosto dell'846" (Bertolini, 1974, p. 105). Queste traslazioni all'interno della Stefania sono state interpretate come atto di difesa e di conservazione delle reliquie stesse situate nella catacomba di S. Gennaro dalle scorrerie rapinatrici dei Longobardi. Secondo una diversa lettura, invece, tale gesto da parte di G. si inquadrerebbe nell'ambito del tentativo più vasto e di portata europea, da parte dei vescovi, di affermare il proprio potere; e in tale ottica di "tendenza al potenziamento della funzione carismatica episcopale" (Cilento, La Chiesa, p. 685) dovrebbe essere letta l'azione di G.; così come "a dar prestigio alla Chiesa di Napoli e al suo vescovo concorse in maniera particolare la redazione del Liber pontificalis" (ibid.), la cui prima parte sarebbe stata attribuita (secondo una contestata ipotesi formulata da Mallardo, 1947) allo stesso Giovanni. Sempre all'attività di agiografo di G. sarebbe da ricondurre la stesura del calendario marmoreo scoperto a Napoli nella basilica di S. Giovanni Maggiore nel 1742, la cui attribuzione però rimane dubbia. Alla sua attività di vescovo è legato anche il notevole impulso che ricevette l'attività dello scriptorium e della scuola della cattedrale, attività proseguita anche dal successore Atanasio (I).
Fonti e Bibl.: Iohannes Diaconus Neapolitanus, Gesta episcoporum Neapolitanorum, a cura di G. Waitz, in Mon. Germ. Hist., Script. rerum Langob., Hannoverae 1878, pp. 430-433 (capp. 56-62); A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della Mezzana Età, XI, Napoli 1810, p. 289; D.M. Zigarelli, Biografie dei vescovi e arcivescovi della Chiesa di Napoli con una descrizione del clero… della basilica di S. Restituta…, Napoli 1861, pp. 35 ss.; B. Capasso, Monumenta ad Neapolitani Ducatus historiam pertinentia, I, Neapoli 1881, pp. 208 ss.; II, ibid. 1892, p. 149; Bibliotheca hagiographica Latina, I, Bruxelles 1898-99, p. 654; Martyrologium Romanum, Romae 1902, p. 89; P.F. Kehr, Italia pontificia, VIII, Berolini 1961, pp. 421 n. 14, 444 n. 57; H. Delehaye, Hagiographie napolitaine, II, in Analecta Bollandiana, LIX (1941), pp. 19-21; D. Mallardo, Storia antica della Chiesa di Napoli, I, Le fonti, Napoli 1943, pp. 56 ss.; Id., S. Giovanni I e s. G. IV vescovi di Napoli (un errore del Martirologio romano e del Breviario), in Ephemerides liturgicae, LXI (1947), pp. 297-308; Id., Giovanni diacono napoletano. La continuazione del "Liber pontificalis", in Rivista di storia della Chiesa in Italia, IV (1950), pp. 343 s.; G. Mathon, G. IV lo Scriba, vescovo di Napoli, in Bibliotheca sanctorum, VI, Roma 1966, p. 938; G. Cassandro, Il Ducato bizantino, in Storia di Napoli, II, 1, Napoli 1969, pp. 56, 69, 138; N. Cilento, La cultura e gli inizi dello Studio, ibid., II, 2, ibid. 1969, pp. 549, 562, 576, 578, 582; Id., LaChiesa di Napoli nell'Alto Medio Evo, ibid., pp. 685, 697; M. Rotili, Arti figurative e arti minori, ibid., pp. 926, 928, 976; P. Bertolini, La serie episcopale napoletana nei sec. VIII e IX, in Riv. di storia della Chiesa in Italia, XXIV (1970), pp. 349-440; N. Cilento, La storiografia nell'Italia meridionale, in Atti della XVII Settimana di studio del Centro italiano di studi sull'Alto Medioevo… 1969, Spoleto 1970, p. 538; P. Bertolini, La Chiesa di Napoli durante la crisi iconoclasta. Appunti sul codice Vaticano latino 5007, in Studi sul Medioevo cristiano offerti a R. Morghen, Roma 1974, I, pp. 104 s.; M. Rotili, L'arte a Napoli dal VI al XIII secolo, Napoli 1978, pp. 40, 57, 70; Rep. fontium hist. Medii Aevi, VI, p. 415; Dict. d'hist. et de géogr. ecclésiastiques, XXVII, coll. 336 s.


2 aprile Santi Martiri dal XVI al XXI secolo






Saint PANAYIOTIS de Jérusalem, martyr par la main des Musulmans (1839)

2 aprile Santi di Francia


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Saint URBAIN, évêque de Langres en Bourgogne, invoqué contre les orages (374).

Sainte LODEGARIA, soeur de saint Urbain de Langres, abbesse (fin du IVème siècle
 
Saint NIZIER, neveu de saint Serdot, oncle de saint Grégoire de Tours, né à Genève, évêque de Lyon et thaumaturge (573). (Office composé en français par le père Denis Guillaume au tome IV du Supplément aux Ménées.)

Sainte NOFLETTE, AGNOFLEDE ou AGNEFLETTE (AGNOFLEDA), vierge, moniale au Mans dans le monastère fondé par saint Longis (638).

Saint LONGIS ou LONGILIS, fondateur de monastère au Mans (653).

Saint DROGON (DROGO), homme du monde devenu humble moine à Fleury et à Baume-les-Messieurs (deuxième moitié du Xème siècle).