venerdì 22 settembre 2017

22 settembre santi italici ed italo greci


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Gaetano Donnini, acquerello su carta, 1845, Museo Diocesano di Jesi



Sante Digna ed Emerita vergini martiri a Roma sotto Valeriano(verso il 259)

Le loro reliquie sono in S. Marcello al Corso; nei secoli passati erano in una cappellina nel quadriportico della chiesa, oggi si trovano nell’urna di porfido all’altare della cappella Muti Bussi. Emerita o Merita fu sepolta nel Cimitero di Commodilla e vi rimase fino alla traslazione, voluta da papa S. Leone IV. Il Bosio fu testimone di come, nel 1598, durante un’inondazione del Tevere, il loro altare rimase miracolosamente asciutto. Quello nuovo, contenente i loro corpi, fu consacrato il 12 ottobre del 1726. La martire Digna è anche conosciuta come Deodata

San Settimio vescovo di Jesi ed ieromartire  (IV secolo )

S. Settimio è venerato come protovescovo della diocesi di Jesi e considerato il costruttore della prima cattedrale, che benché dedicata al S.mo Salvatore conservò il nome di Settimio come nome del fondatore (come era uso per i ‘Titoli’ romani). 
Antichissimi documenti jesini, portano come data della morte del santo vescovo e martire il 461; la tradizione racconta che
nato in Germania, Settimio si dedicò agli studi liberali e alla vita militare. In contrasto con la famiglia, si convertì al cristianesimo trasferendosi in Italia.
Messosi a predicare a Milano, venne costretto alla fuga in seguito alla persecuzione di Diocleziano, nel 303.
Recatosi a Roma, operò numerosi prodigi e conversioni al punto che S. Marcello I (308-309) lo consacrò vescovo di Jesi, dove si scontrò con il giudice Florenzio. Quest’ultimo gli impose di compiere un sacrificio agli dei entro cinque giorni, secondo l’editto imperiale.
Settimio continuò ad operare conversioni e miracoli, per cui, allo scadere del termine fissato dal giudice, venne decapitato. Il corpo venne ritrovato nel 1469 e quindi traslato in cattedrale. E’ patrono di Jesi 


giovedì 21 settembre 2017

21 settembre santi italici ed italo greci


 Risultati immagini per San Panfilo martire a roma


Santo Alessandro vescovo di Avellino o nelle vicinanze di Roma martire a Roma sotto Antonino(verso il 154)


Deposto al XXI miglio della via Cassia, è indicato al 21 settembre dalla passio e dal Martirologio Romano. La passio, appare scritta da un presbitero Crescenziano, il quale chiede la concessione di un'area cimiteriale per circuitu loci pedes CCC, ai tempi degli Antonini; sul sepolcro sarebbe stata posta l'epigrafe: «Hic requiescit sanctus et venerabilis martyr Alexander episcopus cuius depositio celebratur undecimo Kal. octobris». Viene ivi dedicata una chiesa «in Christi nomine, conferente plebe, X Kal. apriles, Constantino II et Crispo II consulibus » (a. 321).
Un altro brano  della passio dà la notizia che il papa Damaso avrebbe fatto per il martire «cryptam condignam » sulla via Claudia al XX miglio da Roma, dove lo avrebbe deposto al «VI Kal. dec. quando et festivitatem ei dicavit». 
 
Santo PanfiloA Roma sulla via Salaria antica, san Panfilo, martire.

 San Panfilo, di probabili origini cartaginesi, martire di Roma, probabilmente è lo stesso menzionato con Paolo dagli Itinerari del VII secolo, dove è indicato sepolto in un cimitero della Via Salaria (sotto la chiesa parrocchiale del Bambin Gesù in Panfilo), oggi detta "Catacomba di San Panfilo".
La catacomba è posta sull'antico tracciato della via Salaria vetus, sotto le attuali vie Paisiello e Spontini: l'accesso attuale si trova nella chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù in Panfilo. Le fonti antiche identificano questa catacomba come la prima sulla via Salaria vetus, uscendo da porta Pinciana.
Il cimitero si sviluppa su tre piani: un primo ed un secondo piano collegati tra loro, ed un piano intermedio. Il piano inferiore, posto a 20 metri sotto il piano di campagna, è il più antico, risalente al III secolo: è composto da una arteria principale, una specie di decumanus ipogeo lungo circa 60 metri, su cui si innestano perpendicolarmente altre gallerie. Nel corso del IV secolo, sempre a questo livello, fu aggiunta una nuova regione, composta da altre gallerie: qui si trova il famoso cubiculum duplex, ove furono scoperte le spoglie del martire Panfilo. Il piano intermedio è composto essenzialmente da due ambulacri collegati tra loro da una serie di gallerie. Il primo piano, molto rovinato dalle costruzioni del sopraterra, è datato tra il 348 ed il 361.
Il nucleo primitivo della catacomba risale al III secolo. Con l’abbandono progressivo delle catacombe, il nostro cimitero cadde completamente nell’oblio. Fu riscoperto da Antonio Bosio, che penetrò nel primo livello il 16 maggio 1594. Dopo di lui, la catacomba rimase per altri tre secoli nascosta ai corpisantari (cercatori di reliquie dei martiri), e ciò permise il suo perfetto stato di conservazione, almeno relativamente ai due piani inferiori. La riscoperta e la definitiva identificazione avvenne grazie all’archeologo Enrico Josi, nel 1920 e negli anni successivi.
Le antiche fonti liturgiche ed archeologiche ignorano completamente sia la catacomba che i martiri ivi sepolti: di conseguenza non esiste traccia di una basilica nel sopraterra che ricordi il culto di un santo o di un martire. Solo gli Itinerari per pellegrini, a partire dal VII secolo, la menzionano. E ricordano la presenza nel cimitero di tre santi: Panfilo, Candido e Quirino, con molti altri martiri. Il “De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae” (itinerario per pellegrini) menziona i due ultimi martiri, ma di essi non sono state trovate tracce archeologiche nel cimitero ipogeo. Il “Martirologio Geronimiano” nomina il santo africano Panfilo, il 21 settembre, il cui culto martiriale è stato messo in luce nel cosiddetto "cubicolo doppio" del piano inferiore della catacomba.

 http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=3767:21-09-memoria-di-san-panfilo-martire-a-roma&catid=191:settembre&lang=it

mercoledì 20 settembre 2017

20 settembre santi italici ed italo greci


 

Santo Martire Eustachio Placido,generale romano  con la sua sposa  Teopista e i loro figli Agapios e Teopisto martiri a Roma sotto Adriano ( verso il 117 o il 118)

La  tradizione  racconta che un giorno (100-101) andando a caccia, inseguì un cervo di rara bellezza e grandezza e quando questi si fermò sopra una rupe e volgendosi all’inseguitore, aveva tra le corna una croce luminosa e sopra la figura di Cristo che gli dice: “Placido perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”.
Riavutosi dallo spavento, il generale di Traiano decise di farsi battezzare prendendo il nome di Eustachio o Eustazio e con lui anche la moglie e i due figli con i nomi di Teopista, Teopisto e Agapio.

Ritornato sul monte, riascoltò la misteriosa voce che gli preannunciava che avrebbe dovuto dar prova della sua pazienza. Ed infatti la peste gli uccide i servi e le serve e poi i cavalli e il bestiame; i ladri gli rubano tutto.
Decide di emigrare in Egitto, durante il viaggio non potendo pagare il nolo, si vede togliere la moglie dal capitano della nave che se n’era invaghito. Ridisceso a terra prosegue il viaggio a piedi con i figli, che gli vengono rapiti uno da un leone e l’altro da un lupo, ma poi salvati dagli abitanti del luogo; i due ragazzi crescono nello stesso villaggio senza conoscersi.

Rimasto solo, Eustachio si stabilisce in un villaggio vicino chiamato Badisso, guadagnandosi il pane come guardiano, sta lì per 15 anni, finché avendo i barbari violati i confini dell’Impero, Traiano lo manda a cercare per riportarlo a Roma.

Di nuovo comandante delle truppe, arruola soldati da ogni luogo; così fra le reclute finiscono anche i suoi due figli, robusti e ben educati, al punto che Eustachio sempre non riconoscendoli, li nomina sottufficiali, tenendoli presso di sé.
Vinta la guerra, le truppe sostano per un breve riposo in un piccolo villaggio, proprio quello in cui vive coltivando un orto, Teopista, che era rimasta sola dopo la morte del capitano della nave e abitando in una povera casupola; i due sottufficiali le chiedono ospitalità, e nel raccontarsi le loro vicissitudini, finiscono per riconoscersi come fratelli, anche Teopista li riconosce ma non lo dice, finché il giorno dopo presentatasi al generale, per essere aiutata a rientrare in patria, riconosce il marito, segue un riconoscimento fra tutti loro e così la famiglia si ricompone.

Intanto morto Traiano, gli era succeduto Adriano (117), il quale accoglie il vincitore dei barbari con feste e trionfi. Però il giorno dopo si doveva partecipare al rito di ringraziamento nel tempio di Apollo ed Eustachio si rifiuta essendo cristiano; l’imperatore per questo lo condanna al circo insieme ai suoi familiari (140); ma il leone per quanto inferocito  non li tocca nemmeno e allora vengono introdotti vivi in un bue di bronzo arroventato, morendo subito, ma il calore non brucia loro nemmeno un capello.

I cristiani recuperano i corpi e gli danno sepoltura, in questo luogo dopo la pace di Costantino (325) fu eretto un oratorio, dove venivano celebrati il 1° novembre.
Questa  tradizione  ebbe una diffusione straordinaria nel Medioevo e ci è pervenuta in molte redazioni e versioni greche, latine, orientali e lingue volgari, quasi tutte le europee, diverse nei particolari ma concordanti nella sostanza
È protettore dei cacciatori e guardiacaccia e della città di Matera. Il nome deriva dal greco ‘Eystachios’ e significa “producente molte e buone spighe”. 

vedi anche 

 http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=3447:20-09-memoria-del-santo-megalomartire-eustazio-della-sua-sposa-teopista-e-i-loro-figli-agapio-e-teopisto&catid=191:settembre&lang=it

https://doxologia.ro/sfantul-mare-mucenic-eustatie-cu-cei-doi-fii-agapie-teopist


Santo Glicerio Vescovo di Milano (tra il 432 e il 438)
 San Glicerio Vescovo di Milano (tra il 432 e il 438) Glicerio (... – Milano, 15 settembre 440), detto anche Glicero, da una parola greca che significa "dolce", fu arcivescovo di Milano dal 436 fino alla sua morte.
Discepolo di Martiniano Osio, suo predecessore alla cattedra milanese, divenne dapprima diacono a Milano e poi, malgrado la sua nomina ad arcivescovo, svolse anche incarichi diplomatici, conferitigli dall'Imperatore, ad Antiochia di Siria, nell'odierna Turchia in quanto la sua epigrafe parla di missioni da lui svolte nell'Africa proconsolar

sta in
 http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=3763:20-09-memoria-di-san-glicerio-vescovo-di-milano-tra-il-432-e-il-438&catid=191:settembre&lang=it

martedì 19 settembre 2017

19 settembre santi italici ed italo greci






Santo Fotino fondatore della Chiesa di Benevento (I secolo )

Non si sa molto sulla sua vita. Secondo la tradizione Fotino sarebbe stato invitato in Italia da San Pietro  per diventare il primo vescovo di Benevento. Fu ordinato nel 40[. Secondo una Tradizione predicò il Vangelo ad Isernia



Santi Felice e Costanzo martiri a NOCERA





San Gennaro  vescovo di Benevento  con Festo diacono  e Desiderio lettore ,Sosso diacono della Chiesa di Pozzuoli - Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio martiri a Pozzuoli in Campania sotto Diocleziano nel 305 

Vi sono ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, che parlano di Gennaro, fra i più celebri gli “Atti Bolognesi” e gli “Atti Vaticani”. Da questi documenti si apprende che Gennaro nato a Napoli  nella seconda metà del III secolo, fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani per la cura, che impiegava nelle opere di carità a tutti indistintamente; si era nel primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), il quale permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio e una certa libertà di culto.
Nella sua vecchiaia però, sotto la pressione del suo Cesare Galerio (293), firmò ben tre editti contro i cristiani, provocando una delle più feroci persecuzioni, colpendo la Chiesa nei suoi membri e nei suoi averi per impedirle di soccorrere i poveri e spezzare così il favore popolare.
E in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro; egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale flegreo; Sosso fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti.
In quel periodo il vescovo di Benevento Gennaro, accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, si trovavano a Pozzuoli in incognito, visto il gran numero di pagani che si recavano nella vicinissima Cuma ad ascoltare gli oracoli della Sibilla Cumana e aveva ricevuto di nascosto anche qualche visita del diacono di Miseno (località tutte vicinissime tra loro).
Gennaro saputo dell’arresto di Sosso, volle recarsi insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere e anche con alcuni scritti, per esortarlo insieme agli altri cristiani prigionieri a resistere nella fede.
Il giudice Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio.
Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri cristiani nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli.
Si racconta che una donna di nome Eusebia riuscì a raccogliere in due

ampolle (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue del vescovo e conservarlo con molta venerazione; era usanza dei cristiani dell’epoca di cercare di raccogliere corpi o parte di corpi, abiti, ecc. per poter poi venerarli come reliquie dei loro martiri.
I cristiani di Pozzuoli, nottetempo seppellirono i corpi dei martiri nell’agro Marciano presso la Solfatara; si presume che s. Gennaro avesse sui 35 anni, come pure giovani, erano i suoi compagni di martirio. Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie del solo s. Gennaro da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi “Catacombe di S. Gennaro”, per volontà dal vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di s. Agrippino vescovo.
Le reliquie degli altri sei martiri, hanno una storia a parte per le loro traslazioni, ma in maggioranza ebbero culto e spostamento nelle loro zone di origine.
Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, la suddetta Eusebia o altra donna, alla quale le aveva affidate prima di morire, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.
Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini.
Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne come già detto, meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni, e mentre aumentava il culto per s. Gennaro, diminuiva man mano quello per s. Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli; dal 472 s. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città.
Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, s. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; dopo fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue.
Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie, dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo.
Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli, addirittura se ne perdettero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480, casualmente furono ritrovate sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome.
Il 13 gennaio 1492, dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli nel succorpo del Duomo ed unite al capo ed alle ampolle. Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli.
Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343).
La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo, racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande.
Le altre reliquie poste in un’antica anfora, sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale



19 Settembre: Santi Nicandro, Demetrio, Gregorio, Pietro ed Elisabetta, a  Messina



Di San Nicandro e dei suoi compagni, purtroppo, non si hanno molte notizie. Presumibilmente, questo gruppo di Santi è di origine calabrese. Di San Nicandro si sa che era figlio di una famiglia benestante, la quale lo voleva sposo, ma, il giovane predestinato alla vita ascetica non ne volle sapere di sposarsi e per tal motivo scappò di casa. Quindi fu tonsurato monaco dal Vescovo locale, apprezzato per la sua fede, si recò presso i monti Peloritani a Nord di Messina e non come taluni affermano a Sud della città dello Stretto. Qui i Santi si ritirarono in una grotta e praticarono diversi tipi di ascesi spirituali: eremitica, anacoretica o semi anacoretica di tipo lauriota. Probabilmente il loro insediamento rupestre è da far risalire poco prima della dominazione araba della Sicilia. I Santi furono ritrovati morti dopo molto tempo nella grotta, che gli stessi adeguarono a chiesa rupestre, da un contadino ed immediatamente la loro venerazione, nel fattempo dimenticata, rinacque a causa dei molteplici miracoli di cui i messinesi beneficiarono. Per tal motivo le loro reliquie furono portate in un monastero costruito nel XII secolo nelle vicinanze e che venne dedicato a loro. Ma, probabilmente, la conquista degli arabi prima e, dopo, con i normanni, la successiva forzosa conversione del clero locale e dei fedeli alla tradizione latina, fecero cadere nuovamente nell'oblìo la venerazione di questi Santi. Vi fu una nuova rinascita della loro venerazione e ciò a seguito dell'apparizione che lo stesso San Nicandro fece in sogno ad un cocchiere di una nobile famiglia messinese proprietario  del terreno nelle vicinanze del medesimo monastero, la suddetta apparizione unitamente ai nuovi miracoli fatti dai Santi, grazie, anche, alla rinascita della venerazione popolare, fecero sì che le loro reliquie venissero traslate nel 1611 nella nuova sede del monastero ortodosso dell'Archimandritato del Santissimo Salvatore di Messina.









Santo Teodoro  vescovo di Verona  all’inizio del IV secolo


I più antichi documenti della Chiesa Veronese menzionano questo vescovo, per cui non esistono dubbi sulla sua storicità. Svolse la sua attività pastorale all'inizio del secolo VI in un periodo molto agitato sia per la presenza dei Goti sia per le grandi migrazioni dei popoli. Nella tradizione veronese, il vescovo Teodoro, è detto evangelizzatore dei Goti. E' ricordato anche per la sua instancabile predicazione. Questi motivi hanno favorito un intenso culto. La sua morte è ricordata il 19 ottobre 522.
Il suo sepolcro, dapprima nella Basilica di S. Stefano, poi in una chiesa a lui dedicata (presso S. Maria Matricolare), dal 1534 riposa in Cattedrale. Le sue reliquie furono collocate dal vescovo Giberti sotto la mensa dell'altare dedicato alla Madonna del Popolo nella Cattedrale.



San Giovanni Vescovo di Spoleto martire per mano dei Saraceni nell’887 


Giovanni nacque a Spoleto, capitale dell'amonimo potente Ducato, in pieno secolo IX. Cresciuto ed educato presso la scuola episcopale cittadina, fu ordinato presbitero e si distinse per lo spirito di preghiera, umiltà e carità. Alla morte del vescovo Pietro II fu chiamato a succedergli nella cattedra episcopale.
Duca di Spoleto era Guido II di Nantes - futuro imperatore - che nella seconda metà dell'anno 887 si portò in Francia, aspirando alla successione di quel regno, con la moglie Ageltrude, il figlio Lamberto - anche lui futuro imperatore - e il nipote Guido IV; la Corte fu naturalmente accompagnata dall'esercito. Un trattato di pace, stipulato in precedenza dal Duca con i Saraceni che infestavano l'Italia centrale e meridionale, dava a sperare nella sicurezza di Spoleto, circondata anche da fortissime mura.I Saraceni, certi che Guido II sarebbe rimasto in Francia come sovrano, assalirono Spoleto e la depredarono recando anche notevoli danni agli edifici. Il popolo che riuscì a salvarsi, si rifugiò nei dintorni, mentre gli invasori si nascosero nei boschi circostanti per depredare i viandanti. L'arcivescovo Giovanni, unica autorità rimasta in città e conscio del pericolo, visitava i suoi fedeli dispersi.
Il 19 settembre 887, dopo aver celebrato i Sacri Misteri in una delle basiliche martiriali presso Spoleto, mentre ritornava ancora rivestito degli abiti sacri, fu circondato dai Saraceni che lo colpirono con le lance ed infine lo decapitarono.
Il corpo dell'arcivescovo-martire riposa, veneratissimo, in preziosa urna, entro l'altare maggiore della basilica di San Pietro extra moenia in Spoleto ed è invocato per le malattie tumorali e per la concordia familiare






lunedì 18 settembre 2017

Santi italici ed italo greci 18 settembre




Santa Stefania martire ad Amalfi in Campania

Santi Martiri Costanzo Costantino, Dalmazzo, Desiderio, Isidoro, Magno, Olimpio, Ponzio, Teodoro e Vittore in Piemonte nel quarto secolo

Per meglio comprendere l'origine del culto di questi intrepidi testimoni della fede cristiana, occorre però ripercorrere brevemente la vicenda della celebre Legione Tebea, alla quale la pietà popolare ha leggendariamente arruolato i santi oggi in questione.
Al 22 settembre il nuovo Martyrologium Romanum cita così questo glorioso esercito: “A Saint-Maurice-en-Valais in Svizzera, ricordo dei Santi martiri Maurizio, Essuperio, Candido, soldati, che, come narra Sant'Eucherio di Lione, con i loro compagni della Legione Tebana e il veterano Vittore, nobilitarono la storia della Chiesa con la loro gloriosa passione, venendo uccisi per Cristo sotto l'imperatore Massimiano”. Secondo cronache redatte in un tempo successivo furono solo due i soldati che riuscirono a scampare al sanguinoso eccidio, ma presto iniziarono a fiorire venerabili tradizioni  su altri soldati che trovarono rifugio in svariate località, intraprendendo una capillare opera di evangelizzazione e subendo poi anch'essi il martirio.
Se ne contano all'incirca 400, di cui quasi una sessantina solo in Piemonte, tra i quali i santi oggi in questione
San Costanzo raggiunse la Val Maira, oggi in provincia di Cuneo, con alcuni suoi compagni tra i quali Costantino, Dalmazzo, Desiderio, Isidoro, Magno, Olimpio, Ponzio, Teodoro e Vittore. Dedicatisi alla diffusione del Vangelo tra le popolazioni locali, iniziò una persecuzione nei loro confronti, o meglio in odio alla fede cristiana, a cui in un primo tempo sopravvisse solamente Costanzo, che dovette dunque dare sepoltura ai suoi amici.. Qualcuno riuscì poi comunque purtroppo a raggiungerlo ed a decapitarlo. Proprio sul luogo del martirio, fra faggi e castagni sulle pendici del monte San Bernardo, sorge ancora oggi il maestoso complesso architettonico del santuario detto di San Costanzo al Monte. Della costruzione primitiva, probabilmente risalente ai tempi dei longobardi, non restano tracce, escludendo alcune sculture databili intorno all'VIII secolo. L'attuale edificio risale a diverse epoche successive. L'erezione della prima chiesa in pietra, posta a levante e della sottostante cripta, avvenne attorno al 1190. Successivamente si pensò di aggiungere un'ulteriore costruzione, nonché l'attuale facciata barocca, a completamento dell'edificio primitivo.
Nella chiesa parrocchiale sottostante, già chiesa abbaziale benedettina dei Santi Vittore e Costanzo, Sono custoditi alcuni reperti della sua tomba, in particolare un marmo con segni vermigli e consunto dal contatto con le mani dei fedeli.




Santo Eustorgio greco di nascita Vescovo di Milano (verso il 331)

E' il nono vescovo di Milano. Atanasio nella Ep. encyclica ad episcopos Aegypti et Lybiae e Ambrogio nel Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis ricordano Eustorgio di Milano come uno dei più fermi e illustri avversari dell'eresia ariana Non è certo, invece, se i due concili di Milano che videro la condanna del vescovo di Sirmio, Fotino, fautore dell'eresia ariana, siano stati tenuti durante l'episcopato di Eustorgio o invece durante quello del suo antecessore Protasio. Probabilmente si deve a Eustorgio l'inizio dei lavori di costruzione della nuova grande cattedrale di Milano, a cinque navate, con una superficie di 2000 mq. ricordata da s. Ambrogio come basilica nova, o anche basilica maior intra murana, sita nell'attuale piazza del duomo ed inaugurata, sembra, da s. Ambrogio stesso.
Una venerabile tradizione presenta Eustorgio come un greco mandato a Milano dall'imperatore in qualità di governatore (rendendolo in tal modo simile a s. Ambrogio). Alla morte di Protasio, con unanime consenso, fu eletto dai milanesi vescovo della città. Recatosi a Costantinopoli insieme coi maggiorenti de!la città per avere il consenso dell'imperatore alla nomina episcopale, non solo lo ebbe, ma ottenne anche l'esenzione dai tributi per i milanesi e una grandiosa arca marmorea con i corpi dei Magi. Ritornato a Milano, Eustorgio avrebbe eretto la basilica che da 1ui prese il nome, presso il luogo del fonte battesimale della primitiva comunità cristiana (zona di Porta Ticinese), collocandovi l'arca con le reliquie dei Magi (reliquie che furono traslate a Colonia da Rinaldo, arcivescovo di quella città e cancelliere dell'impero, dopo la distruzione di Milano nel 1162 per opera di Federico I Barbarossa).
Eustorgio morì un 18 settembre poco prima dell'anno 355 e fu sepolto nella basilica a lui dedicata.. Eustorgio appartiene al gruppo dei quattro vescovi milanesi (Eustorgio, Dionigi, Ambrogio, Simpliciano) subito venerati di culto pubblico; infatti la !oro Messa secondo il rito ambrosiano, a giudizio di A. Paredi e C. Marcora, risale al sec. V. La sua festa liturgica ricorre il 18 settembre. Un documento del sec. XIV, il Liber notitiae sanctorum Mediolani, elenca cinque chiese nel territorio della diocesi dedicate a questo santo vescovo e ne trasferisce la festa al 19 settembre.



sabato 16 settembre 2017

17 settembre santi italici ed italo greci

Santa Sofia  Martire venerata insieme alle figlie Pistis, Elpis, Agape, nomi greci che tradotti sono Sapienza, Fede, Speranza, Carità. Tutte e quattro martiri sotto Traiano; la più antica notizia sulla loro esistenza e venerazione risale alla fine del sec. VI, come autore il presbitero Giovanni, il quale raccolse gli olii sui sepolcri dei martiri romani al tempo di s. Gregorio Magno (590-604);
Tropaire de sainte Sophie et ses 3 Filles ton 4

L'Eglise célèbre et se réjouit
En la Fête des 3 filles : Foi, Espérance et Charité
Et leur mère Sophie, nommée d'après sa sagesse :
Car en elles, c'est aux 3 vertus divines qu'elle donna naissance.
A présent elles demeurent à jamais auprès de leur Epoux, le Verbe de Dieu.
Réjouissons-nous spirituellement en leur mémoire et crions :
O vous nos 3 célestes Protectrices,
Etablissez, confirmez et renforcez nous
Dans la Foi, l'Espérance et la Charité.


Kondak de sainte Sophie et ses 3 Filles ton 1

Les enfants, Foi, Espérance et Charité,
Etaient comme 3 promesses de sainteté pour la vénérable Sophie.
A travers la divine grâce, elles confondirent la philosophie Grecque :
Elles combattirent et obtinrent une courone incorruptible de la part du Christ, le Maître de tout!
Ces Saintes Martyres vivaient en Italie sous le règne d'Hadrien (117-138). Elles étaient originaires d'une riche et pieuse famille, et leur mère Sophie les élevait dans la foi, l'espérance et la charité, dont elle leur avait donné les noms. Un jour qu'elles s'étaient rendu à Rome, les jeunes filles et leur mère furent capturées par les troupes de l'empereur, aux oreilles duquel était parvenue la renommée de leur piété et de leur vertu. Stupéfait de constater leur fermeté dans la foi malgré leur jeune âge, l'empereur les fit comparaître séparément, pensant que c'était par émulation mutuelle qu'elles osaient ainsi lui tenir tête.


Pistis, qui était âgée de douze ans, fut la première à paraître devant le tyran. A ses flatteries, elle répondit audacieusement, condamnant son impiété et ses vaines machinations envers les Chrétiens. Furieux, l'empereur fit mettre à nue la jeune fille et la fit flageller sans pitié. On lui arracha ensuite les seins, d'où sortit du lait au lieu de sang. Les autres tortures qu'il fit subir à la Sainte restèrent sans effet, protégée qu'elle était par le puissance de Dieu. Enfin, c'est encouragée par sa mère à supporter avec joie la mort qui devait l'unir au Christ, qu'elle eut la tête tranchée.
L'empereur fit ensuite venir Elpis, qui était âgée de dix ans. Tout aussi ferme pour confesser le Christ que sa soeur, elle fut flagellée puis jetée dans une fournaise ardente qui s'éteignit à son contact: tant l'amour de Dieu qui était en elle était plus brûlant que toute flamme sensible. Après bien d'autres inutiles tortures, elle mourut, elle aussi, par le glaive, en rendant grâce à Dieu.
Hadrien, dont la colère tournait à la folie, fit venir la troisième soeur, Agapée, qui n'était âgée que de neuf ans. Mais il trouva chez l'enfant la même fermeté virile que chez ses soeurs. Il la fit suspendre à un gibet et entraver si étroitement que ses membres se rompaient sous les liens. Jetée dans une fournaise, elle fut elle aussi délivrée par un Ange, et eut la tête tranchée. Leur mère, Sophie, exultant spirituellement de voir ses filles rejoindre si glorieusement les demeures des Saints, mais accablée par la douleur humaine, rendit quelques jours plus tard son âme à Dieu, sur le tombeau de ses filles



Santi  NARCISO  et CRESCENZIONE , martiri  a  Rome sotto  Valeriano  



Santo Giustino presbitero martire a Roma sotto Claudio II il Gotico  nel 269 ,

A Roma, sulla via Tiburtina, il natale di san Giustino, Prete e Martire, il quale, nella persecuzione di Valeriano e Gallieno, fu celebre per la gloria della confessione di fede . Questi seppellì i corpi del beato Pontefice Sisto secondo, di Lorenzo, Ippolito e moltissimi altri Santi, e finalmente, sotto Claudio, compì il martirio.


 


Sainti LUCIA , vedova , et suo  figlio spirituale  GEMINIANO , martiri  a Roma  sotto  Dioceziano (vers 303). 

16 settembre - A Roma i santi Martiri Lucia, nobile matrona, e Geminiano, i quali dall'Imperatore Diocleziano, afflitti con gravissime pene e per lungo tempo tormentati, dopo l'onorata vittoria del martirio, furono fatti uccidere colla spada.


memoria dei santi martiri Lucia e Geminiano.

Il giovane Geminiano, colpito dalla gioiosa serenità della vecchia Lucia, che veniva deportata, volle seguirla per assisterla e, convertito dalle sue parole, abbracciò la fede cristiana. Probabilmente i due furono deportati in Sicilia dove Lucia si addormentò in pace, dopo molti tormenti, mentre Geminiano fu decapitato. Un successivo ritocco diede un pizzico di colore a questa storia, e così si disse che Lucia e Geminiano, prodigiosamente liberati, furono trasportati dagli angeli a Taormina dove operarono miracoli finché, alla morte di Lucia, Geminiano fu decapitato a Mendola di Siracusa. Un’altra versione della stessa storia racconta invece che i due furono decapitati a Roma, e che le loro reliquie furono deposte in seguito nella chiesa di Santa Lucia in Selce, sul colle Esquilino (e quindi solo dopo trasportate in Sicilia


Archimandrita Antonio Scordino


 http://www.johnsanidopoulos.com/2016/09/saints-lucy-widow-and-geminianus-her.html



SANTO SATIRO  Fratello di Santo Ambrogio  ed asceta (vers il383)


Le uniche fonti a nostra disposizione circa la vita di Uranio Satiro, fratello dei santi Aurelio Ambrogio di Milano e Marcellina, sono i due discorsi “De excessu fratris” (“Sulla dipartita del fratello”) che il santo vescovo pronunciò, uno il giorno della sua morte e l’altro una settimana dopo. Paolino, nella sua Vita di Ambrogio, non ne fa alcuna menzione.

Satiro nacque probabilmente nel 330 o nel 332 d. C. ed era il secondo dei tre fratelli, preceduto da Marcellina. Il luogo che gli diede i natali è discusso: forse Treviri, dove certamente nacque Ambrogio, o forse Roma, dove la famiglia si trasferì perché appartenente all’aristocrazia senatoria. In giovane età, i due fratelli maschi intrapresero la carriera forense e divennero governatori di due province dell’impero romano: quella di Emilia-Liguria per il minore, mentre per l’altro non è precisato quale fosse. Ciò che più conta è che fu, per i suoi sottoposti, «un padre piuttosto che un giudice», come è attestato nel primo dei due discorsi sopra citati.

Quando, nel 374, Ambrogio divenne vescovo di Milano, Satiro lasciò i suoi incarichi pubblici, con un intento preciso: sollevare il fratello dalle incombenze relative all’amministrazione della Diocesi, difendere Marcellina e il suo proposito di verginità e occuparsi del patrimonio di famiglia. Dato che, fra le virtù menzionate nei due discorsi funebri, risalta in maniera particolare la sua castità, pare certo che non si sia mai sposato, proprio per essere più libero nel sostenere i suoi congiunti.

A dimostrazione del suo operato attento, Ambrogio cita un fatto avvenuto probabilmente fra l’autunno del 377 e l’inverno del 378. Un certo Prospero, a cui erano stati affidati dei possedimenti in Africa, si era appropriato di una somma di denaro che non gli spettava e non intendeva restituirla; Satiro intervenne e risolse la situazione.

In ogni caso, non era nuovo a comportamenti del genere: quando, come in tutte le famiglie, sorgevano dissidi fra il fratello vescovo e la sorella vergine consacrata, veniva da loro scelto come arbitro e riusciva sempre a non scontentare nessuno dei due. L’armonia e l’accordo erano in realtà predominanti, a tal punto che, quando Ambrogio veniva scambiato per Satiro in base ad una particolare somiglianza fisica fra di loro, gioiva se gli venivano rivolte delle lodi che in realtà andavano a suo fratello.

Di ritorno dall’Africa, fatta tappa in Sicilia, l’uomo avvertì i sintomi di una non ben precisata malattia. Forse a quell’epoca risale un episodio che avrebbe poi goduto di una certa fortuna in campo iconografico: durante il ritorno a casa, la nave di Satiro incappò in una tempesta. Lui non aveva ancora completato il cammino dei sacramenti cristiani, ma richiese con insistenza ai compagni di viaggio un frammento di pane eucaristico: se lo legò al collo con un fazzoletto e poi si gettò in mare, «ritenendosi in tal modo – afferma Ambrogio – protetto e difeso a sufficienza». Giunto a riva, quasi certamente in Sardegna, avrebbe voluto ricevere il Battesimo, ma, una volta appreso che il vescovo locale aderiva allo scisma di Lucifero, vescovo di Cagliari, decise di rimandare finché non avrebbe trovato un suo pari, fedele però alla Santa Fede  Finalmente «ricevette la sospirata grazia di Dio e, ricevutala, la conservò integra», vivendo in maniera sobria e trattando il denaro senza attaccarsi troppo ad esso.

Non visse molto a lungo dopo quell’incidente: la malattia ricomparve e lo condusse alla morte nel 378. Ambrogio, come detto, lo ricordò pubblicamente e volle che i suoi resti mortali riposassero accanto a quelli del martire Vittore, nel sacello detto di San Vittore in Ciel d’Oro. Da lì furono traslati, insieme a quelli dell’altro santo, in un sarcofago pagano riadattato ad uso cristiano, e vi rimasero anche quando le ossa di Vittore furono portate nella basilica detta appunto di San Vittore in Corpo, retta dai Benedettini Olivetani. Intorno al 1560, però, i monaci del luogo affermarono di possedere gli autentici resti del fratello di Ambrogio: sorse una disputa che si concluse definitivamente solo nel 1941, quando, sotto l’episcopato del  cardinal Alfredo Ildefonso Schuster, una relazione storica, archeologica ed anatomica stabilì che nel sarcofago conservato nella Basilica Ambrosiana c’erano i resti di un uomo sui quarant’anni, di corporatura normale, molto simili a quelli del santo vescovo milanese. Dal 1980 sono collocati in un’urna di cristallo, nella prima cappella a destra per chi entra in sant’Ambrogio.

Il culto di san Satiro è attestato per la prima volta intorno al IX secolo, quando l’arcivescovo Ansperto da Biassono fece costruire una piccola basilica dedicata ai santi Satiro, Ambrogio e Silvestro, ponendola sotto la giurisdizione del monastero benedettino di sant’Ambrogio. Consacrata forse nel 1036 dall’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, fu poi inglobata nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro, progettata dal Bramante.

Dal X secolo il nome del santo compare in alcuni calendari e libri liturgici ambrosiani alla data del 18 settembre, forse per confusione con un altro personaggio omonimo. La sua memoria liturgica è stata poi fissata al giorno precedente.

In base al suo amore per l’Eucaristia e al ruolo rivestito accanto al fratello vescovo, i sacrestani dell’Arcidiocesi di Milano considerano san Satiro il loro patrono. Come però osserva monsignor Marco Navoni, Dottore della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana, il suo patrocinio andrebbe esteso su tutti quei laici che spendono tempo ed energie per aiutare i sacerdoti ad essere più liberi nel compiere la loro missione fondamentale.