Santo Lino
papa e patriarca di Roma (verso il 79)
Toscano
d’origine, nato a Volterra: così dicono vari studiosi e Cesare Baronio, lo storico cinquecentesco
della Chiesa
Sappiamo
poco di Lino. Ignoti gli anni di nascita e di morte, la gioventù e gli studi.
Uno dei Padri della Chiesa, Ireneo di Lione (II secolo), dice che Pietro e
Paolo affidarono a Lino responsabilità importanti, e che Paolo ha citato
proprio lui nella seconda lettera a Timoteo: "Ti salutano Eubulo, Pudente,
Lino, Claudia e tutti i fratelli...".
Sappiamo però che Lino vive tempi terribili con i cristiani di Roma.
Nell’estate del ’64 un incendio distrugge i tre quarti dell’Urbe, e se ne
incolpa l’imperatore Nerone. Forse è una calunnia dei suoi molti nemici: ma lui
reagisce col diversivo della persecuzione generale contro i cristiani. E a essi
giunge l’incoraggiamento di san Pietro nella sua prima lettera: "Non vi
sembri strana la prova del fuoco sorta contro di voi... anzi, rallegratevi per
la parte che voi venite a prendere alle sofferenze di Cristo".
Anche san Pietro muore in questa persecuzione (forse nel ’67) e con Lino
siamo
in
tempo di delitto e di tragedia. Nerone muore nel ’68 (si fa trafiggere da un
servo) e nello stesso anno c’è una strage di successori: Galba, sgozzato nel
Foro; Ottone suicida; Vitellio linciato dai romani. Solo con Vespasiano, nel
’69, arrivano ordine e pace in Roma. Ma è scoppiata in Palestina la rivolta
contro il dominio romano: la “guerra giudaica”, che finisce nel settembre ’70
con Gerusalemme occupata dalle truppe di Tito (figlio di Vespasiano) e col
tempio profanato e distrutto: vicende laceranti per gli ebrei e anche per i
cristiani e, per certuni, segnali di calamità universali imminenti, di una ben
vicina fine del mondo.
Lino è chiamato in questi suoi anni di pontificato (nove, si ritiene) a
rianimare i fedeli, a orientarli nella confusione dottrinaria provocata
dall’opera di gruppi settari. E’ lui quello che deve tenere unita la Chiesa
sotto l’uragano: e comincia a delinearne la forma organizzata, la “struttura”:
sappiamo per esempio che ha nominato vescovi e preti, e ha dato regole alla
pratica comune della fede. (Si attribuisce a lui l’obbligo per le donne di
partecipare alla celebrazione eucaristica col capo coperto). Sarà anche
venerato come martire, a causa delle sofferenze durante la persecuzione
neroniana; ma non è certo che sia stato ucciso, perché nel tempo della sua
morte la Chiesa viveva in pace sotto il governo di Vespasiano.
Santo
Proietto Vescovo di Imola (verso il 450)
Nacque a Forum Cornelii (oggi Imola) ) Fu
discepolo di Cornelio insieme a Donato e Pietro, suoi compagni di studi.
Proietto fu il successore di Pietro nella
carica di arcidiacono della cattedrale di Imola : gli subentrò quando
quest'ultimo fu eletto vescovo di Ravenna
Proietto affiancò il vescovo Cornelio fino alla sua morte, avvenuta nel 446
. Successivamente gli succedette come vescovo di Imola . La nomina fu approvata
da Pietro, che lo volle consacrare personalmente a Ravenna
Il suo episcopato si svolse in tempi
difficili, segnati dalle invasioni barbariche e dalle eresie
Morì intorno al 483 Dopo la sua morte, Proietto fu sepolto nella
vecchia cattedrale dedicata a San Cassiano Nel 1208 le sue reliquie furono traslate nel Duomo
attuale
San Costanzo sacrestano della Chiesa di Santo
Stefano ad Ancona taumaturgo e guaritore
(VI secolo)
Di
lui fornisce alcune notizie s. Gregorio Magno nei suoi Dialogi, mettendone in
evidenza la profonda umiltà e la virtù taumaturgica.
Secondo la narrazione, basata sulla testimonianza cuiusdam coepiscopi mei
(probabilmente il vescovo stesso della città) e di altre persone del luogo,
Costanzo, in abito monacale, esercitava l'ufficio di mansionario, o di
sacrista, nella chiesa di S. Stefano, prima cattedrale di Ancona e famoso
santuario, in cui, al dire di s. Agostino, si venerava una reliquia del
protomartire. S. Gregorio fa soprattutto
rilevare come all'aspetto dimesso e quasi spregevole del semplice e piccolo
sacrista corrispondesse un grande spirito di perfezione, che rifulgeva
attraverso il dono dei miracoli.
Tra i fatti prodigiosi si ricorda che, per la virtù taumaturgica dell'umile
sacrista, le lampade della chiesa ardevano pur essendo piene di acqua anziché
di olio. Poiché si era diffusa la fama della santità e delle opere
straordinarie del piccolo monaco molti accorrevano a lui per vederlo e per
chiedergli favori spirituali. Un giorno capitò nel tempio un rude contadino
che, vedendo l'esile sacrista su di una scala intento ad allestire le lampade,
si rifiutò di credere alla sua santità e prese a deriderlo con parole
offensive, trattandolo da bugiardo e presuntuoso. Costanzo, che aveva udito le
ingiurie, corse ad abbracciarlo e a baciarlo, ringraziandolo di tale trattamento
e dando così prova, come conclude s. Gregorio, che se era grande nei miracoli,
era più grande per l'umiltà del cuore. Altro non si conosce.
Il suo corpo venne più tardi trasferito a Venezia e deposto prima nella chiesa
di S. Basilio, poi in quella dei SS. Gervasio e Protasio, ove si venera
attualmente e se ne celebra la festività il 23 settembre, come nella diocesi di
Ancona. Oggi la chiesa cattedrale, come unico ricordo di Costanzo, possiede un
frammento osseo che è stato donato, con autentica del patriarca di Venezia, nel
1760.
Santi
Andrea,Andrea,Giovanni,Pietro ed Antonio
siculo greci di Siracusa morti martiri per mano dei musulmani in Africa
del Nord(verso il 900)
Il
Baronio inserì nel Martirologio Romano questi martiri, sulla fede di antichi
manoscritti che, pur non essendo indicati, sono da identificarsi con la passio
reperibile nei sinassari greci al 23 settembre. Il 21 marzo 878, regnando in
Oriente Basilio I (867-86), Abrachen Agareno, espugnata Siracusa, deportò in
Africa i suoi abitanti e tra essi Andrea, Giovanni e i suoi figli Pietro e
Antonio, ancora in tenera età. Educati nella cultura agarena, gli adolescenti,
superando in intelligenza molti coetanei, ottennero a corte vari uffici; ma,
poiché non rinunziavano alla fede cristiana, Abrachen li fece martirizzare,
ordinando che fossero flagellati. Antonio ricevette più di trecento colpi e,
persistendo nella fede, fu legato su un asino e portato in giro per la città e poi
trucidato. Pietro, svestito e battuto sulle spalle e sul ventre, fu gettato in
carcere dove i carnefici prima gli spezzarono braccia e gambe e quindi lo
percossero a morte. Venne poi la volta di Giovanni che fu sgozzato con una
spada sui corpi dei figli. I martiri, posti su un rogo, furono infine cremati.
Andrea, invece, rimasto per molti anni in carcere, in età avanzata, già sfinito
dai patimenti, fu trafitto nel petto da una lancia e poi decapitato.