lunedì 11 giugno 2018

11 giugno Santi Italici ed Italo greci

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Aquileia - La Basilica Patriarcale

La Cripta degli Affreschi

http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=5148,0,0,1,0,0


Santi Felice e Fortunato, fratelli secondo la carne, martiri ad Aquileia sotto Diocleziano e Massimiano (verso il 304)
Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/91154


Felice e Fortunato, fratelli vicentini dei quali non si hanno molte notizie certe, subirono il martirio ad Aquileia, forse nel 303, a seguito della persecuzione di Diocleziano: arrestati e condotti fuori della città nel quartiere oggi denominato di San Felice, furono decapitati. Nel luogo stesso del loro martirio la primitiva comunità cristiana aquileiese ne raccolse i resti e costruì un edificio di culto attorno al quale si sviluppò poi un cimitero cristiano. Il dissidio immediatamente sorto tra Vicenza ed Aquileia per l'attribuzione delle reliquie dei due martiri portò nella seconda metà del quarto secolo alla divisione dei corpi: Vicenza ebbe quello di San Felice, immediatamente deposto nel martyrion presso l'antica basilica omonima fuori delle mura della città, mentre ad Aquileia rimase la salma di san Fortunato, traslata in epoca longobarda a Malamocco e nel 1080 a Chioggia dove è tuttora conservata nella cattedrale intitolata ai due martiri vicentini. Questa divisione, che smonta la bizzarra e tardiva tradizione secondo la quale si separarono le teste dai corpi mischiandoli, risulta confermata tanto dalla testimonianza poetica di Venanzio Fortunato nel quinto secolo che dal privilegio redatto dal vescovo Rodolfo per il monastero di san Felice, mentre le analisi antropologiche redatte nel 1769 sui resti conservati a Vicenza convalidano l‚appartenenza ad un solo individuo, morto per decapitazione. Nonostante la spartizione delle reliquie, la memoria dei due fratelli martiri rimase comunque unita, fissata però al 14 agosto secondo la tradizione aquileiese, ereditata poi a Chioggia, e al 13 maggio a Vicenza, vicina invece alla tradizione ambrosiana. La tradizione del martire nella fede assume un risalto particolare: egli è visto come colui che, offrendo in sacrificio la vita per testimoniare la fede, ripercorre la Passione e morte di Cristo. Diventa in questo modo un esempio per tutta la Chiesa, degno della beatitudine celeste, tanto vicino a Dio per i propri meriti da poter intercedere per tutti i fedeli. Ecco perché la memoria dei martiri è per la Chiesa un giorno di festa e di celebrazioni speciali, mentre la conservazione delle loro reliquie ha richiesto l'erezione di spazi privilegiati per il loro culto e per l'incontro con Dio. I santi Felice e Fortunato sono titolari della basilica che sorge nell'omonimo corso a Vicenza, lungo l‚antica via consolare Postumia, nel luogo dove la prima comunità cristiana di Vicenza nel IV secolo aveva edificato un ambiente di culto ora chiamato 'basilica antica'. Le reliquie di San felice sono conservate assieme a quelle di Santa Bertilla, nell'altare maggiore della chiesa di Brognoligo di Monteforte d'Alpone.
All’inizio del quarto secolo, durante la violenta persecuzione contro i cristiani, decretata dagli imperatori Diocleziano e Massimiliano, si narra che i fratelli vicentini Felice e Fortunato si recarono ad Aquileia per ragioni di commercio.
I due fratelli, ferventi cristiani, furono scoperti un giorno mentre pregavano in un bosco: fatti subito arrestare dal prefetto Eufemio, dichiararono con grande coraggio la propria fede. Si corse a vari espedienti per indurli ad abbandonare la loro fede: si passò dalle lusinghe alle minacce, dalla proposta di bruciare l’incenso in onore degli imperatori alle torture che, a quanto narra la tradizione, dovettero essere sempre più gravi e strazianti.
Essi perseverarono nella loro testimonianza invocando il nome di Cristo. Risultando allora vana ogni forma di dissuasione, il prefetto ordinò che fossero decapitati. Condotti nei pressi del fiume Natisone, compresi della gravità del momento, Felice e Fortunato si abbracciarono con affetto e, in ginocchio, resero grazie a Dio, mentre i carnefici si accingevano a decapitarli.
Di notte accorsero nel luogo del martirio alcuni cristiani di Aquileia e altri che provenivano dalla città natale dei due martiri: i primi per dare loro onorevole sepoltura, questi per trasportare i corpi a Vicenza.
Per non provocare l’ira del prefetto, si decise che le reliquie fossero divise tra Aquileia e Vicenza. Quelle assegnate ad Aquileia furono traslate nel tempo, attraverso vaie peripezie, prima a Grado, poi a Malamocco e nel 1110, insieme con la sede vescovile, a Chioggia dove furono collocate nella chiesa principale che divenne la Cattedrale, titolata alla Madre di Dio e con la ricostruzione del XVII secolo a Maria, Assunta in cielo.
Lo slancio di fede e di amore patrio con il quale il popolo clodiense accolse le reliquie dei Santi Martiri fu così ardente che ben presto furono proclamati Patroni principali della città e diocesi.
E l’entusiasmo non venne mai meno: lo testimoniano la devozione con cui si venerano le sacre spoglie, la cura prestata nella costruzione della cappella loro dedicata nel secolo XVII, la munificenza con cui si volle impreziosire la nuova urna d’argento e collocarla nel ricco ed artistico sacello ove tuttora, e specialmente nella ricorrenza annuale del loro martirio, i fedeli tributano l’omaggio della propria fede. Solennità nei vicariati di Chioggia e Sottomarina; Festa in tutte le altre chiese della diocesi.
Il 27 settembre, si ricorda, invece, la Traslazione delle Reliquie dei Santi Martiri Felice e Fortunato, patroni della città e diocesi, avvenuta nell’anno 1110, con il trasferimento della sede vescovile da Malamocco a Chioggia. Per una vera utilità pastorale, il Proprio, consiglia, a giudizio del rettore della Chiesa o del celebrante, di celebrare la messa comunitaria dei Santi Martiri.


Tratto da
http://www.parrocchiacampolongomaggiore.it/cenni-sorici/storia-santi-felice-e-fortunato/


Nel dodicesimo anno dell’impero di Diocleziano e Massimiliano, fu emesso un editto per tutte le città, che dovunque fossero trovati dei cristiani, questi fossero dai principi e dai giudici torturati e uccisi. Perciò per tutto il mondo (l’impero) si cercavano i cristiani e se veniva trovato che qualcuno nascondeva qualche cristiano, veniva punito per primo. Nello stesso tempo fu mandato dagli Imperatori, da Roma il prefetto Apollinare con il compito di stabilire i Presidi e i Giudici in tutte le province italiane.
Alla città di Aquileia fu nominato Preside lo scellerato Eufemio, uomo crudelissimo contro i cristiani. Infatti appena arrivato ad Aquileia, entrò nel tempio di Giove per immolarvi vittime immonde. Frattanto il banditore ad alta voce gridava per tutta la città che tutti venissero a far sacrifici nel Campidoglio di Giove e poiché aveva posto sulle pubbliche piazze il materiale per fare sacrifici, molti tradivano í loro amici cristiani. Allora un impiegato dell’ufficio del Preside, chiamato Apamio, parlò al preside dicendo: «Sono venuti nella nostra città due fratelli che si gloriavano di essere cristiani».
A questa notizia il Preside comandò di arrestare quei due temerari e condurli incatenati al suo tribunale.
Le guardie andarono nel luogo dove abitavano ed entrati sotto la loro tenda, li trovarono in preghiera che dicevano: «Signore, Tu sei il nostro rifugio contro questa cattiva generazione. Tu o Signore esisti da sempre prima ancora che si formasse la terra e spuntassero le montagne».
Allora il capo della guardie li arrestò, e dopo aver posto le catene attorno al collo e alle mani, li condussero dinanzi al Preside. Arrivati dal preside, il capo delle guardie disse: «Coloro che avete ordinato di arrestare sono qui fuori». Ed Eufemio: «Fateli entrare». Appena entrati S. Felice, dopo avere fatto il segno della croce sulla fronte, percuotendosi il petto pregava segretamente.
II giudice disse: «Ditemi come vi chiamate». S. Felice rispose: «lo, mi chiamo Felice; il mio fratello si chiama Fortunato; siamo cristiani». Soggiunse il giudice: «Siete di questa città o forestieri?».
Rispose S. Felice: «Siamo venuti qui da una località vicina, che non è lontana da questa città, ma vedendo che voi adorate gli idoli inutili e immondi abbiamo lasciato il nostro paese preferendo di abitare con le bestie piuttosto che con voi che fate cose inutili e sacrificate al demonio». II preside Eufemio disse: «Non avete sentito ciò che è stato comandato dai nostri illustrissimi Imperatori? e cioè che chiunque sarà trovato a venerare Cristo sarà punito con diversi castighi?» Rispose S. Felice: «Ascoltino l’ordine degli Imperatori, coloro che la pensano come loro, o militano fra le loro truppe. Noi invece che abbiamo come Re colui che è in cielo, non possiamo avere rapporti con i ministri di satana».
Avendo udite tali parole, il Preside comandò che fossero stesi a terra e venissero percossi con verghe da uomini fortissimi.
E mentre venivano colpiti, quasi a una sola voce cosi pregavano il Signore: «Signore, Gesù Cristo, sia glorificata la tua bontà, poiché compi in noi ciò che ha detto lo Spirito Santo per mezzo del tuo servo Davide: Oh quanto è bello e gioioso vivere uniti come fratelli, Ti preghiamo o Signore di aiutarci a perseverare nella missione alla quale tu ci ha chiamati per la lode del tuo nome e perché siano forti i cuori di color che credono in te, o Signore, al quale gli angeli prestano il loro servizio».
Disse Eufemio: «Ma non sapete che i signori Imperatori si accendono d’ira al solo sentire pronunciare il nome del vostro Cristo?».
Rispose S. Felice: «Sebbene si accendono d’ira … forse che possono costringere in qualche cosa coloro che servono Cristo? Ora ascoltate: quanto più voi vi arrabbiate e aumenta la vostra cattiveria, tanto più noi aumentiamo nella gloria».
Udito ciò, il Preside sorridendo disse: «Miserabili, se io vi stacco la testa, quale gloria ne potete avere?»
Rispose S. Fortunato: «La gloria che noi aspettiamo dal Signore, nostro Dio, è spirituale; non è di questo mondo, poiché questo mondo passa ed anche la sua gloria, mentre la gloria che il Signore prepara a coloro che credono in lui, è eterna. Ma che cosa siete voi e i vostri Imperatori? Per noi la vostra gloria è come fumo in un grande temporale».
II preside all’udire tali cose si adirò molto e comandò che i due fratelli fossero sospesi sul cavalletto e che
attorno ai loro fianchi fossero poste della fiaccole accese.
Eseguito l’ordine, i santi Felice e Fortunato cantarono un inno al Signore dicendo: «O Signore Re degli angeli santi, manda l’Arcangelo Michele in nostro aiuto, perché abbia a confondere (svergognare) tutti coloro che adorano gli idoli». Mentre essi pregavano si spensero le lampade ed esclamarono dicendo: «II laccio si è rotto e noi ne siamo usciti salvi; il nostro aiuto viene dal Signore nostro Dio che ha fatto il cielo e la terra». Soggiunse il Preside Eufemio: «Ecco voi vi esaltate con parole vuote. Avvicinatevi e sacrificate al grande dio Giove, per mezzo del quale potete avere la salvezza».
Rispose S. Felice: «Tu spera pure la salvezza da lui, per noi la salvezza è Cristo . I vostri dei se vengono stritolati, non possono salvare se stessi, come potrebbero salvare gli altri».
A queste parole Eufemio li fece distendere a terra e comandò che sul loro ventre fosse versato olio molto caldo. Fatto questo, i martiri Felice e Fortunato dissero: «Giuriamo per il nome di Gesù Cristo nostro Signore, per il quale sopportiamo questi tormenti, che non sentiamo nessun calore, anzi proviamo un senso di refrigerio».
II Preside acceso d’ira, dopo averli fatti alzare da terra, ordinò che fossero colpiti sulle guance con mazze di ferro, soggiungendo: «Si deve punire le ingiurie fatte agli dei, percuotendo le bocche che le hanno pronunciate».
S. Fortunato disse: «O empio ministro del diavolo, pensa a qualche altra terribile pena, con la quale puoi infierire su noi, poiché, con l’aiuto di Dio, non potremmo essere terrorizzati da nessun tormento; infatti c’è l’angelo di Dio che conforta le nostre membra».
Uno dei consiglieri del Preside disse: «Questi nemici degli dei immortali ritengono tutti questi tormenti un motivo di gloria; perciò condannali alla sentenza capitale».
Allora il Preside ordinò che fossero decapitati. Le guardie li condussero fuori della città vicino al fiume che è presso la città di Aquileia, dove i due martiri dopo essersi inginocchiati, pregarono il Signore dicendo: «Ti ringraziamo o Signore Gesù Cristo, che non ci hai disprezzati, né hai disprezzato la nostra battaglia, ma come siamo usciti da un unico seno materno, così combattiamo una stessa battaglia. Ti, preghiamo e ti supplichiamo di poter entrare nelle porte del paradiso dove sono tutti coloro che per il tuo nome, da questo secolo sono arrivati con la palma del martirio alla tua gloria».
Dette queste preghiere, si baciarono fraternamente e di fronte a tutti recitarono la preghiera del Signore.
Venne il carnefice e tagliò loro la testa e abbandonati i corpi dei due martiri, assieme agli altri incaricati, tutti se ne andarono.
Giunta la notte vennero alcuni uomini religiosi della città con pannolini bianchi, con aromi, e segretamente deposero i loro corpi. Se non che arrivarono alcuni della provincia di Vicenza che volevano portare nella loro città i loro corpi, ma gli abitanti di Aquileia non lo permetterono. E mentre discutevano fra loro, temendo la crudeltà del Preside e dei pagani, illuminati da Dio, stabilirono di tenere presso di sé uno dei due corpi e di donare l’altro alla città di Vicenza.
I due Santi Felice e Fortunato furono martirizzati il giorno 14 maggio

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