mercoledì 13 giugno 2018

13 giugno Santi Italici ed italo greci



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Santa Felicola vergine martire a Roma verso  l’anno 90
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http://www.santiebeati.it/dettaglio/57010
Le più antiche notizie di questa martire si trovano nel Martirologio Geronimiano, in cui è ricordata al 14 febbraio, al 5 e al 13 giugno, e con l’indicazione topografica del VII miglio della via Ardeatina. Sembra che il vero dies natalis fosse il 14 febbraio poiché in questo giorno il Sacramentario Gelasiano la commemorava insieme con Valentino e Vitale: «XVI Kalendas marcias. Orationes in natale Valentini Vitalis et Filiculae». Secondo il Delehaye la commemorazione del 5 giugno sarebbe una falsa interpretazione della parola Felic. trascritta Felicula invece di Felicitas, mentre quella del 13 giugno dipenderebbe dalla passio, di cui tosto diremo.
Il culto della santa oltre che a Roma era diffuso anche a Ravenna: sue reliquie, infatti, erano state inviate in questa città da san Gregorio Magno al vescovo Giovanni che, verso il 592, aveva edificato un oratorio, nelle fonti antiche e locali chiamato monasteri, accanto alla basilica di Sant'Apollinare in Classe, e nel quale egli stesso volle essere seppellito. Insieme con le reliquie di Felicola, il papa aveva inviato anche quelle dei papi Marco e Marcello, come si ricava dall’iscrizione che Giovani aveva posto sulla porta:
Inclita praefulgent sanctorum limina templo Marci Marcelli Feliculaeque simul.
Pontifices hos Roma cepit, haec Martir
[habethur horum Gregorius dat Papa Reliquias
Quas petit antistes meritis animoque Johannes]


Purtroppo, sulla personalità della santa e sul tempo del suo martirio non si hanno notizie sicure; è ricordata nella passio leggendaria dei santi Nereo e Achilleo evidentemente soltanto perché era sepolta sulla via Ardeatina, come la maggior parte dei martiri in essa raggruppati, e non perché avesse avuto dei rapporti con essi. Comunque, secondo l’agiografo, Felicola era sorella di latte di Petronilla, la presunta figlia dell’apostolo Pietro; dopo la morte di questa il comes Flacco le pose l'alternativa di sposarlo o di sacrificare agli dei; naturalmente Felicola rifiutò ambedue le cose e fu perciò affidata ad un certo Vicario che la tenne chiusa dapprima sette giorni in una stanza senza darle alcun cibo e poi per altri sette giorni presso le Vestali, cercando di farla apostatare. Infine, dopo essere stata sospesa sull’eculeo, fu gettata nella cloaca, quattordici giorni dopo la morte di Petronilla, avvenuta appunto il 31 maggio. Il presbitero Nicomede recuperò il suo corpo e lo seppellì al VII miglio della via Ardeatina.
Secondo una notizia del Panciroli, nel 1110, sotto il pontificato di Pasquale II, il corpo di Felicola fu portato nella chiesa di san Lorenzo in Lucina e l'Ugonio attesta che ai suoi tempi era qui conservato sotto l'altare maggiore. Ranuccio Pico, invece, seguito dal Ferrari, afferma che nel 1427 due pellegrini di Parma lo prelevarono dal sepolcro della via Ardeatina e lo portarono nella loro città, dove fu collocato nella chiesa di San Paolo.
 




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http://www.enrosadira.it/santi/f/felicola.htm
Felicola, santa, martire di Roma, la passio di Nereo e Achilleo la vuole sorella di latte di S. Petronilla. Sepolta al VII miglio della via Ardeatina, nel 1112 venne scoperta dal presbitero Benedetto e traslata a S. Lorenzo in Lucina. Il suo corpo qui ritrovato nel 1605 è conservato presso l’altare maggiore. Il primo rinvenimento dei resti avvenne, secondo la lapide del 1112, insieme alle spoglie del martire Gordiano.
M.R.: 13 giugno - A Roma, sulla via Ardeatina, il natale di santa Felicola, Vergine e Martire. Non volendo maritarsi a Flacco, ne sacrificare agli idoli, fu data in mano ad un Giudice, il quale, perseverando essa nella confessione di Cristo, dopo tenebroso carcere e lunga fame, tanto tempo la fece tormentare nell'eculeo, finchè essa non rese lo spirito, e così finalmente la fece deporre e gettare in una cloaca. Il suo corpo, estratto da san Nicomede Prete, fu sepolto sulla medesima via.



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http://ordovirginumsicily.blogspot.com/2012/01/le-sante-vergini-consacrate-del-mese-di_16.html

Felicola fu amica di S. Petronilla. Al tempo di Domiziano, Felicola non acconsentì alle nozze col Prefetto Flacco e rifiutò di offrire sacrifici agli dèi “Io non voglio essere tua moglie, perchè ho Gesù Cristo per mio sposo e  nemmeno voglio sacrificare i tuoi dèi, perchè sono cristiana”.  Pertanto lo stesso Prefetto la consegnò al giudice il quale la tenne in carcere per sette giorni senza acqua, né cibo. Alcune donne che erano lì di guardia cercavano di convincerla a prendere per marito un giovane così bello quale era il prefetto Flacco. Ma ella rispondeva : “Io sono sposa di Gesù”Cristo, né voglio altro sposo che Lui”. Trascorsi i sette giorni fu portata  tra le Vestali, ma Felicola scelse di non mangiare i cibi  offerti alla dea Vesta.  Il giudice, vedendo la costanza della santa vergine, la condannò alla tortura sull’eculeo. Durante il supplizio ella diceva: “Io ormai vedo il mio amato Gesù Cristo, nel quale ho posto tutto l'amor mio”.  I suoi carnefici cercavano di convincerla a rinnegare la sua fede ma ella rispondeva: “Io non nego, né posso, o voglio negare il mio amato Gesù: il quale per amor mio fu coronato di spine, gli fu dato da bere il fiele e morì in Croce”. Allora essi la gettarono in una cloaca dove la vergine rese l’anima a Dio. Avutane notizia il presbitero Nicomede una notte ne prese il corpo e lo seppellì sulla via Ardeatina, fuori le porte di Roma. (In Nuovo leggendario di Alfonso Villegas pp. 696 ss.)
Nel sec. X il vescovo di Parma Sigefredo fece edificare nel suburbio della città di Parma un piccolo monastero e la chiesa di San Paolo (Abbazia di S. Felicola) “hoc cenobium paucarum virginum et Liudae abbatissae sacntissimae” sotto la regola di San Benedetto. Quindi portò solennemente le reliquie di Santa Felicola, discepola di San Pietro, traslandole dalla chiesetta a lei dedicata che sorgeva a Romolano, luogo situato sulla riva dell’Enza, di proprietà della Cattedrale. Dopo l’incendio del 1313  i beni dell’abbazia (tra cui le reliquie di S. Felicola) passarono alla chiesa S. Sepolcro e quivi tumulate in un urna barocca presso l’altare maggiore.





San Pellegrino detto anche San Cetteo vescovo  e martire  dell’Aquila e patrono di Pescara

Tratto da
http://www.ilpescara.it/cultura/storia-festa-san-cetteo.html

Cetteo, detto anche Pellegrino, fu vescovo di Amiterno in Sabina (oggi San Vittorino, nei pressi dell'Aquila) e venne eletto attorno al 590 sotto il pontificato di papa Gregorio I.
La leggenda racconta che il santo fu ingiustamente accusato di aver tradito la propria città al tempo della discesa dei longobardi in Italia, in quanto, per non assistere alle loro depredazioni, si era rifugiato a Roma. Per tale ragione, il 13 giugno 597, subì il martirio per annegamento e il corpo fu gettato nel fiume Aterno con una mola di pietra legata al collo.
Cetteo e' considerato il santo protettore di Pescara perchè il suo cadavere, trasportato dalla corrente, arrivò fino alla foce del fiume proprio nelle vicinanze della nostra città. Lì gli abitanti lo raccolsero per poi seppellirlo in quella che, secoli dopo, è diventata appunto la cattedrale di San Cetteo.
Le reliquie del martire sono state custodite per anni a Chieti e restituite a Pescara in occasione della Dedicazione della Chiesa al Patrono, il 1° settembre 1977.
 

http://www.ilpescara.it/cultura/storia-festa-san-cetteo.html

Dall’altopiano di Navelli, a circa 1000 metri d’altezza, l’Oratorio di San Pellegrino e la Chiesa di Santa Maria Assunta, dominano sulla via Appulo Sannitica, meglio nota come statale 17, che collega le città di Foggia e L’Aquila. Da qui si gode di una vista degna di una falcone in quota e la piacevole brezza che si leva dalla vallata rinfresca l’accaldato visitatore nelle più assolate giornate estive. Le due chiese facevano parte originariamente di un unico complesso monastico benedettino nel comune di Bominaco un tempo noto come Momenaco. Le origini del complesso risalgono tra il III e IV secolo epoca in cui un missionario laico, San Pellegrino, giunto dalla Siria in Italia subì il martirio. Sul luogo della sua sepoltura fu inizialmente costruito un sacello e successivamente una chiesa nell’VIII secolo. Anche Carlo Magno fu legato alla storia di questo luogo santo, dato che donò alla chiesa 500 mogge (circa 170 ettari) di terra e la mise sotto la protezione dell’Abazia di Farfa. Da allora la comunità benedettina fiorì insieme alle genti del luogo coinvolte nelle numerose attività dei frati. Grazie alle conoscenze dei frati furono avviate nel territorio vere e proprie aziende agricole con poli di smistamento commerciale e fiorirono le arti. Nel 1001 il cenobio divenne indipendente da Farfa e tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo fu costruita nel complesso monastico la Chiesa abbaziale di Santa Maria Assunta. Nel 1423 il complesso monastico non fu risparmiato dalla guerra scatenata dal condottiero Braccio da Montone che minacciò seriamente lo Stato Pontificio. Fu per riconoscenza alla nobiltà aquilana che aveva fermato l’avanzare del condottiero ponendo fine alla sua esistenza, che il Sommo Pontefice concesse il patronato sull’abazia di Bominaco al Conte di Forfona. A lui fu concesso anche il diritto di nominare l’Abate. Ciò sconvolse l’ordinamento monastico in quanto la figura dell’Abate, Padre e Maestro, veniva eletta da sempre dalla stessa comunità monastica. I monaci abbandonarono dunque Bominaco agli inizi del ‘500, la loro meta è tutt’ora ignota. Fu così che la curia romana si impadronì della ricchezza generata dai monaci. Infatti le abazie che venivano col tempo “acquisite” diventavano per lo Stato Pontificio delle ricche prebende da concedere ai dignitari dell’alta gerarchia ecclesiastica composta per lo più da cardinali. Nel 1750 una bolla di Benedetto XIV fece diventare l’abazia di Bominaco una semplice parrocchia sotto la giurisdizione del vescovo di L’Aquila.






Tratto da
http://www.unangelo.it/Calendario/Ottobre/10%20ottobre/index_file/Page389.htm
In Abruzzo, San Ceteo o Pellegrino, vescovo di Amiterno, che, al tempo dell’invasione longobarda della regione, falsamente accusato di aver tradito la città, fu condannato a morte e annegato nel fiume. (Martirologio Romano).

             Oltre quanto riferito dal martirologio romano, le notizie su San Cetteo (chiamato anche Ceteo o Pellegrino) sono scarse. E’ stato vescovo di Amiterno, l’odierno San Vittorino, vicino L’Aquila, al tempo di San Gregorio Magno che fu Papa dal 540 al 604 e San Cetteo sarebbe morto il 13 giugno 597.
             E’ patrono della Città e della Diocesi di Pescara, dove viene festeggiato il 10 ottobre.
             Cetteo, vittima della violenza longobarda, fu annegato nel fiume Aterno. Trasportato dalle correnti finì nel fiume Pescara e arrivò fino al mare. Trovato da un pescatore, ebbe sepoltura sul posto e fu chiamato “Peregrino” perché non sapevano chi fosse. Più tardi, in seguito ad un miracolo avvenuto sulla sua tomba, fu avvertito il Vescovo che ne dispose una sepoltura con maggior onore.

LA VITA DI CETTEO
Sta in
http://www.pescaranews.net/focus/storia/10081/san-cetteo-patrno-di-pescara-la-vita-e-la-storia-del-santo
Cetteo, secondo questa fonte, era un giovane dalmata che ,nel suo paese nei pressi di Spalato, era destinato ad imparare uno dei mestieri che si esercitavano nei suoi luoghi :pastore, boscaiolo o allevatore di cavalli, ma lui sapeva leggere e scrivere e si sentiva mortificato nella sua intelligenza. Ancora giovanissimo un giorno decise di recarsi al porto di Spalato in cerca di lavoro. Il padrone di un veliero ,che portava legname sulle coste italiane ,gli offrì la possibilità di imbarcarsi come scrivano di bordo. La mattina dopo il bastimento prese il mare e, dopo 20 ore di navigazione, entrava nel porto di “Piscaria”. Il ragazzo , una volta sbarcato, non sapendo dove andare , entrò nella chiesa che si trovò sulla strada quella dei Santi Leguziano e Domiziano, assistette alle funzioni e poi si avvicinò al sagrestano e gli chiese un lavoro. Fu addetto alla pulizia del tempio. Per la sua intelligenza e la sua bontà Cetteo fu preso a benvolere da tutti ed imparò a servire la messa , poi la sua vita, data la sua forte personalità , fu in continua ascesa tanto che nel 595, in giovane età, divenne Vescovo e comandante del Forte di Piscaria . Si era nel Medioevo e la Fortezza , assediata dai Longobardi , resisteva sotto gli ordini di Cetteo oltre che per il suo l’impegno e i suoi atti valorosi anche per le estese paludi che con le febbri malariche sterminavano più nemici che il cannone . I Longobardi , rabbiosi per la preda che continuamente sfuggiva alle loro mani , non toglievano l’assedio sperando di prendere il Forte con l’astuzia o con la fame. La cittadella veniva rifornita di viveri e bestiame da contadini che vi giungevano la notte attraverso passaggi sconosciuti agli assedianti. Qualcuno però fece la spia e gli assedianti , una notte di tempesta si mischiarono ai contadini e, raggiunto il corpo di guardia, uccisero i soldati che vi si trovavano e aprirono le porte al grosso dell’esercito longobardo che ebbe così ragione della fortezza. La città fu messa a sacco ed i suoi difensori vennero trucidati. Il vescovo Cetteo fu fatto prigioniero con altri ufficiali e, prima di venire ucciso, fu barbaramente martirizzato e poi trascinato in catene in mezzo ai soldati, ubriachi di vino e di saccheggio, fino al ponte di barche dove con un macigno al collo , venne gettato nel fiume.
Si concluse così la vita di Cetteo con un glorioso martirio per la fede e per la sua città ed il suo nome rimase a simboleggiare lo spirito religioso e patriottico. Dopo la sua santificazione, Pescara e la sua Curia Arcivescovile lo hanno adottato come Santo Patrono, dedicandogli il Tempio Nazionale della Conciliazione, costruito in epoca fascista, sulle rovine della vecchia chiesa di Santa Maria di Gerusalemme in un luogo altamente simbolico per l’ antica Ostia Aterni prima e della altomedievale Piscaria poi.

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